Sfilata Valentino (Reuters)

Parigi, Giorno 8

Forme fluenti e leggerezza romantica

Signore "polari" per Chanel, chic scanzonato per Chloé, contrasti vibranti per Valentino

di Angelo Flaccavento


La lunga settimana della moda parigina volge rapidamente al termine, e a questo punto è lecito tirare delle somme parziali – che magari verranno prontamente contraddette, domani, dai due big players lasciati ancora fuori dai giochi: Louis Vuitton e Miu Miu. A grosse linee, la proposta di stagione è dicotomica: oppone la semplificazione estrema, lussuosa e inesorabile del neo-minimal da un milione di dollari al rococò selvaggio e tattile del nuovo decorativismo, concentrato essenzialmente su tessuti e superfici, dunque intrinseco alla struttura dell'abito più che semplice abbellimento o orpello.

In apertura dell'ottava giornata di sfilate, Karl Lagerfeld si schiera chiaramente, con Chanel, nel secondo contingente. Kaiser Karl sa certo come concepire uno show fantasmagorico, anche perché da Chanel, crisi o meno, i budget non sono certo un problema. Ecco allora che sotto le capriate di ferro verde del Grand Palais si materializza un immenso iceberg – vero – adagiato su una passerella liquida. È subito evidente che la collezione ha un tema artico, ma è pur sempre vero che Lagerfeld non fa mai le cose alla lettera. Con le loro gonnelline di pelliccia e gli stivali pelosi, con le loro borsette di tweed matelassè e gli abitini space-age da Wilma Flinstone, infatti, le signorine di Chanel, più che mademoiselle alla spedizione al Polo, sembrano sofisticate donne delle caverne tornate in vita dopo un lungo disgelo, vestite di tutto punto con il classico tailleur della maison, ma in una versione selvaggia. Il lavoro su ogni singolo pezzo, coi patchwork di texture, i bordi sfilacciati e le finiture che amplificano l'effetto pelliccia, è intenso quanto ripetitivo, mentre è sugli accessori che si concentra tutto il gioco e la leggerezza: decolletè di plastica che, indossate sugli stivali, fungono da para-acqua, borsette come cubi di ghiaccio, scarpe dalle zeppe trasparenti che creano un effetto sospensione. Quanto a capacità di inventare e reinventare il desiderio in formato gadget, Lagerfeld è davvero imbattibile, mentre negli abiti il rischio over-design è dietro l'angolo.

Nessun over design, ma semplificazione che rasenta la banalità da Thierry Mugler, la maison che fu tempio delle iperdonne predatrici e che adesso, abbandonata dal fondatore, deraglia destra e a manca senza una vera direzione. O meglio, il nuovo direttore creativo, Rosemarie Rodriguez, una direzione la ha, ma forse non è quella giusta per Mugler: troppo secca e troppo androgina, priva di quel tocco di glamour che da Mugler è lecito aspettarsi. Per carità, la collezione non fa una piega, coi suoi cappotti double e i piumini sagomati, ma è troppo reale e terragna per far sognare, o anche solo per sedurre.
Da Chloè, subito dopo, Hannah MacGibbon si conferma, al contrario, la donna giusta al posto giusto: lei Chloè lo fa così bene semplicemente perché è, in prima persona, il tipo di ragazza che la maison rappresenta. Ovvero? Chic e scanzonata, vagamente androgina, sofisticata fino al midollo. MacGibbon dà, anche lei, la sua interpretazione del minimal di stagione, e punta dritto nella direzione dello sportswear americano anni 70: Bonnie Cashin, Halston, il primo Calvin Klein, il primo Ralph Lauren, ossia la moda a stelle e strisce al suo meglio, prima che il culto del red carpet corrompesse tutto. A vedere sulla passerella le sue ragazze dai capelli lunghi e fluenti, vestite quasi solo di cammello, coi pantaloni a vita alta e il cappotto del fidanzato, - doppiopetto, oversize e dalle spalle squadrate - oppure coi pantaloni della tuta, ma di cashmere, e il giaccone di pelo, vengono in mente Farrah Fawcett, Linda Carter e tutte le leggy beauties dell'America di Rudolph Ford e Jimmy Carter. Ma MacGibbon non dimentica di lavorare per un marchio francese - per quanto fortissimo in USA - e riesce a infondere nella ricetta un tocco impalpabile di civetteria che è tutto parigino. Certo, chi cercasse la novità dirompente non la può trovare da Chloè, ma la ricetta funziona, e allora tanto di cappello.

Dopo gli anni 60 lisergici e bon ton di Junko Shimada, omaggio sotto acido al fascino di ghiaccio bollente della nostra Virna Lisi, la giornata si conclude con un trip ben diverso, romantico ma non troppo, da Valentino, dove i direttori creativi Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli continuano a inseguire il loro sacro Graal: rendere la maison Valentino, per antonomasia jolie madame, moderna, se non addirittura, come di dice oggi, edgy. La cosa in parte riesce, in parte no. Non basta certo il set, con le pareti animate da un rutilante collage visivo di clip tratte dal lavoro del filmaker sperimentale Kenneth Anger – lo stesso che nel 1958 pubblicò il celeberrimo Hollywood Babilonia – per creare una situazione di reale modernità. Del resto, ogni maison ha la sua identità, che va rispettata, oggi più che mai. Questa stagione Chiuri e Piccioli lavorano in sottrazione, ma nello stesso tempo moltiplicano balze e falpalà – mai di pizzo, e spesso a taglio vivo – creando una silhouette da rosa carnivora, romantica e svelta al tempo stesso, nella quali la pelle si mescola alla seta, e il rosso, bandito nelle precedenti collezioni, torna in evidenza, mescolato al color carne. Il progetto è controllato ed esteticamente coerente, e il gioco dei contrasti regge bene. Si avverte però, al fondo, una certa forzatura, l'urgenza di dimostrarsi à la page, quando invece una leggera non-sincronia col presente farebbe solo bene. Era così per il signor Garavani, e potrebbe facilmente esserlo anche per Chiuri e Piccioli, dimenticati la edginess a tutti i costi, e i video.

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