Parigi, giorno 6

In passerella la moda
si riconcilia con la vita

Minimal sexy per Celine, viaggi per Galliano, Givenchy gioca con maglie-armature

di Angelo Flaccavento


Negli ultimi anni, lenta ma inesorabile, si è creata una frattura abissale tra il mondo reale e la passerella, che alla moda ha fatto solo male. Le sfilate, concepite essenzialmente come mezzo di comunicazione e strumento di marketing, sono rivolte alla stampa più che ai compratori, dunque si risolvono, nella maggioranza seppure non nella totalità dei casi, in esercizio di stile fine a se stesso, o trionfo dell'aspetto visivo su quello funzionale. Certo, poi in showroom si trova sempre molto altro, facile da capire e da indossare, ma a volte è bello, e fa sognare, riscoprire una contiguità effettiva tra il regno delle idee e delle invenzioni di una sfilata e il mondo là fuori, perché che ai creatori piaccia o meno la moda è arte applicata, e funziona davvero quando la si indossa e la si usa. Anzi, la sfida vera è tutta lì: creare qualcosa che non sia solo una astrazione, e che tuttavia mantenga i canoni della autorialità.

A Parigi, nella sesta giornata di sfilate, si è assistito proprio alla riconciliazione – visionaria ed eccitante, intendiamoci – tra passerella e vita. La maratona si apre con una visita allo showroom di Undercover, nel Marais, dove Jun Takahashi, che ormai da tre stagioni ha rinunciato alla sfilata, presenta i propri "capi di ogni giorno" con una semplice istallazione fotografica accompagnata dalla esposizione fisica degli abiti. Da quanto, sulla scia dell'industrial designer Deiter Rams, Takahashi ha fatto dello slogan "less but better" il proprio mantra, quel che lo interessa è solo il funzionalismo, o qualcosa di paradossalmente, perversamente simile. Takahashi, infatti, è e resterà sempre, nell'intimo, un punk, capace di conferire anche alla cosa più semplice un sapore sovversivo, sia esso il piumino di seta iperleggera coi tagli ridotti al minimo o la borsa Kelly rifatta di cordura e chiusa da una fibbia industriale. Sprezzante di tutte le regole imposte, individualista come tutti i veri creatori, Takashi mescola materiali lussuosi e finiture tecniche, semplicità e complicazione, invenzione pura e utilitarismo, e rende eccitante persino la banalità.
Dopo le stampe astratte e gli avvolgimenti nomadi di No Editions è la volta di uno degli show più attesi della stagione: Celine. Alla sua seconda uscita per la maison, Phoebe Philo si conferma regina del nuovo minimalismo, chic, lussuoso e assolutamente senza compromessi: o lo si ama – a giudicare dal sold-out in boutique, sono in molte a farlo – o lo si odia. Le fonti di ispirazione della signora Philo sono, a dirla tutta, chiare ed evidenti, e vanno da Anne-Marie Beretta (negli anni 80, per gli annali, era la designer dei memorabili cappotti di Max Mara) a Helmut Lang, quest'ultimo in particolare. Niente però è uguale la seconda volta, e così anche il minimal del 2010 non ha niente a che vedere con quello degli anni 90: dove uno era secco, clinico, industriale, l'altro è umano, avvolgente, seducente. Merito degli anni che passano, certo, ma anche dell'autrice: una donna che capisce le donne. Dopo aver, praticamente da sola, decretato il successo modaiolo del beige, per questa seconda uscita Phoebe Philo punta sul blu navy, sempre abbinato al nero, e poi sul bianco. L'apertura è marziale – caban e cappotti doppiopetto, realizzati in tessuti corposi, con aperture improvvise che sono insieme pericolose e fragili – e dà il tono di tutta la collezione, severa senza essere rigida, disciplinata con lampi di sedizione – i lunghi lembi del collo a sciarpa di una camicia, ad esempio, lasciati a svolazzare sulla gonna dal disegno netto, oppure un top morbido che sbuca sotto il frac dal profilo intonso . La cosa che sorprende davvero è la concretezza assoluta del progetto: le modelle potrebbero semplicemente scendere dalla passerella e andar per strada, e nessuno le penserebbe in maschera. In tempi di cacofonie e baracconate, è una conquista non da poco, che conferisce alla Philo il meritato titolo di trendsetter.

Dopo il tribalismo urbano di Costume National, reso credibile dal mix intelligente di sperimentazione tesile e silhouette scattante, da Hussein Chalayan, che dedica la collezione all'amico e compagno di studi Lee McQueen, è la volta di un immaginifico viaggio on the road, in America. Si parte da New York, ruvida e frenetica, dove tutto ciò che serve è un cappottone, una felpa e un paio di scarpe da ginnastica, per approdare a Los Angeles, mecca dei sogni scintillanti e delle star, dove i ricami e i cristalli non sono mai abbastanza; nel mezzo ci sta un passaggio per la Pennsylvania degli Hamish, il Texas e il Messico, i cui centrini colorati diventano inaspettatamente ricami e applicazioni fantasmagoriche. Ricorrendo ad un registro volutamente basso e quotidiano, Chalayan inventa senza sforzo, e ci conquista un'altra volta, ma senza facili trucchetti. Da Sonia Rykiel, subito dopo, il maschile oversize flirta con il militare, ma a trionfare è la sensualità fresca e sfrontata, da coccotte, che è nel dna stesso della casa, mentre da John Galliano torna protagonista il viaggio, in versione esotica e nomade. Sono principesse apolidi quelle che Galliano manda in passerella, i piedi chiusi dentro robusti stivaletti da scalatore, col tacco a spillo, il corpo avvolto in strati di lane e di broccati che la sera diventano mussole leggere. Ogni completo è una storia rutilante, nella miglior tradizione Galliano, ma qui e lì si avverte una certa stanchezza, e la magia, a questo giro, non si ripete.

La giornata si chiude con Givenchy nel buio pesto del Lycee Carnot. Riccardo Tisci, che come la Philo e parecchi altri questa stagione deve aver anche lui guardato a Helmut Lang, è concentrato come non mai, e fa un gran repulisti di tutto ciò che non è gli è necessario a definire la nuova immagine, decori in primis. Taglia marsine di una precisione inesorabile, trasforma la maglia in una armatura e il cappuccio di un parka in una scultura. Il gioco dei contrasti, che da sempre lo contraddistingua, è una costante della collezione, che coi suoi orli corti e le continue giustapposizioni di materiali ha una aspetto dinamico, metropolitano. E anche se qui e lì il decoro riemerge, la direzione è chiara: le donne Givenchy, fiere e minacciose, sono pronte per affrontare il mondo reale, e per vincere la lotta per la sopravvivenza.

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