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parigi, giorno 4La bella cerebrale e la bestia sensualeLe leggi dell'universo nelle creazioni di Miyake, ferocia sexy per Lanvin, i virtuosismi di Vionnet di Angelo Flaccavento |
Tags: Issey Miyake, Vionnet, Rodolfo Paglialunga, Christian Dior, John Galliano, Isabel Marant, Vivienne Westwood, Lanvin, Alber Elbaz, Martin Margiela, Rolex, Yohji Yamamoto
Istinto o raziocinio? La querelle è vecchia quanto il mondo, ma ahinoi senza soluzione. La storia del pensiero occidentale è piena di sostenitori dell'uno o dell'altro approccio, convincenti i primi almeno quanto i secondi, a partire se non altro dagli illuministi, che a forza di diradare le tenebre della superstizione elaborarono, per uno di quei fantastici paradossi dei quali solo l'uomo, l'animale pensante, è capace, il mito del buon selvaggio. Contrariamente a quel che potrebbe sembrare, la querelle è valida anche oggi che la tecnologia e i suoi artifici pervadono ogni aspetto della vita, e che gli istinti animali, rintuzzati in un angolo, sembrano essere stati per sempre domati e costretti ad una sonnacchiosa quiescenza, e sono invece pronti al guizzo felino e feroce quando meno ce lo si aspetta.
La quarta giornata di sfilate parigine alterna proprio la razionalità cervellotica ad una sensualità istintiva che, al picco estremo, si fa bestiale. Da Issey Miyake, il direttore artistico Dai Fujiwara parte addirittura dagli "otto modelli di geometrizzazione dell'universo" elaborati dal matematico americano William Thurston per creare una collezione che, se privata di tutte le elucubrazioni – alla fine eccessive, perché quel di cui stiamo parlando sono vestiti – riporta Miyake a quel purismo poetico e tattile, al colorismo aggraziato e inventivo degli inizi. Le forme curve, generose, i tagli arrotondati, le giustapposizioni di materiali devono infatti molto, anche solo dal punto di vista formale, al lavoro del buon Issey tra la fine degli anni 70 e i primi 80, quando affrontare il progetto dell'abito unendo poesia e tecnologia davvero suonava come una rivoluzione. Fujiwara da qualche stagione sta infondendo nuova linfa nel mondo Miyake, e per questo bisogna apprezzarlo. A voler cercare un limite, ecco, si avverte ogni tanto una certa forzatura, che toglie leggerezza, anche se poi basta guardare i capi dimenticando il resto, e si gode.
Nessuna matematica, solo una grande abilità nel far nascere le forme in maniera quasi spontanea dalla materia da Vionnet, dove Rodolfo Paglialunga affronta e vince la prova del fuoco della seconda uscita non con una sfilata, ma con una presentazione statica nell'ex appartamento di Jean Cocteau, con affaccio mozzafiato sui giardini del Palais Royal. Dopo il debutto all'insegna di leggerezza e colore, con questa nuova collezione Paglialunga sceglie forme scultoree e complesse, che svuota dall'interno attraverso sapienti intrecci di strisce di tessuto che modellano il corpo costruendo l'abito, e una palette densa, fumosa, di neri e di grigi. La pelliccia, elemento costante, aggiunge un tocco decadente, così come gli altissimi stivali di pelle nera, utilizzati come segno grafico ricorrente. Il virtuosismo di tutta l'operazione è strabiliante, eppure si ha come l'impressiona che la tecnica ad un certo punto abbia preso il sopravvento sul cuore, e che quel dinamismo e quella modernità che Madelaine Vionnet riusciva a catturare siano stati un po' mancati. Le radici per futuri sviluppi, però, ci sono tutte.
Da Christian Dior, subito dopo, è tempo di romanticismo e di campagna, e di nuovo libertinismo. Ormai da un po' John Galliano ha trovato per Dior una formula che funziona, e che corregge con piccoli aggiustamenti di stagione in stagione; l'idea è semplice: agli abitini, leggeri e femminili, che costruiscono il nucleo dell'offerta, si affiancano capospalla strutturati, e poi accessori, borse in primo luogo, ad alto tasso di desiderabilità. Questa volta, visto il tema settecentesco, abbondano le ruches, anche in una inedita versione di pelle nel babydoll agreste indossato con altissime cuissardes di camoscio, mentre il motivo caccia informa la pletora di marsine e di johdpurs che si alternano sulla passerella a tunichette diafane e impalpabili. Tra le borse, invece, quelle di pelliccia, davvero sensazionali, hanno il cartellino "hot item" già attaccato sopra.
Dopo le ragazzette insolenti di Isabel Marant, con le code di cavallo, i bomberini metallizzati e i pantaloni aderentissimi, portati con le decolletè, come Olivia Newton-John in Grease, e le donne baffute – sì, baffute – della sempre irriverente Vivienne Westwood, è finalmente la volta di Lanvin, dove il magico Alber Elbaz propone una femmina fiera e inesorabile, feroce e assatanata, ma sempre terribilmente chic. L'attacco è secco, marziale: nero e blu, e grandi spalle che disegnano una silhouette incisiva, nuova. Man mano che l'azione procede, si insinua il decoro, che Elbaz sa sempre maneggiare con cura, fino ad arrivare, sul finale, ad una serie di tubini iperlavorati che paiono totem da indossare. Lo slancio e la forza della collezione sono tutti nella contraddizione tra la linea netta e quella mossa, tra urbano e primitivo, tra cervello e istinto, anche se è il secondo alla fine a trionfare, e la donna Lanvin, con la frangia corvina che occulta lo sguardo, con l'incedere deciso che non lascia scampo, ha un che di morboso e di bestiale, e per questo di terribilmente seducente. Alber Elbaz riesce ogni volta a reinventare la ruota: lavora sempre sugli stessi elementi – volume, tagli vivi, apparente casualità – ma in ciascuna collezione assembla il collage in modo diverso. C'è chi lo preferisce frivolo e rococò, noi lo amiamo così, dark e pericoloso, perché il lato oscuro è per definizione ombroso, e l'ombra stimola l'immaginazione.
Il team della Maison Martin Margiela, al debutto senza il timoniere e fondatore, riesce nell'impresa di trasformare un concetto di moda in una formula, e a tradurre la formula in abiti che sono allo stesso tempo astratti e concreti, che uniscono tradizione e sperimentazione, che sono belli da guardare e da indossare. Anche qui è la querelle tra maschile e femminile a dominare, in una ricerca nella quale il profilo dei pezzi si fa grafico, e l'alternanza di fluido e strutturato crea un nuovo repertorio. Notevole il gioco di contrasti tra materiali, il mix di lunghezze, il tocco surreale delle vite fluttuanti; esilarante il guizzo kitsch delle cinture come enormi cinturini di Rolex. Dopo il tribalismo uptown, grafico e tattile, dell'esordiente Pedro Lourenço – davvero una bella scoperta – la giornata si conclude tra pieghe, nero e grandi reti da Yohji Yamamoto, dove la lotta tra istinto e raziocinio trova conciliazione nella purezza della poesia, leggera o pesante che questa sia.
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