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Parigi, Giorno 3Tocchi vintage fra bling bling e tribalismoRococò fantascientifico per Balenciaga, trupidio d'oro per Balmain, più austerità da Rick Owens di Angelo Flaccavento |
Tags: moda, Yves Saint-Laurent, Nicolas Ghesquiere, Balenciaga, Manish Arora, Neil Barrett, Parigi, Balmain, Rick Owens, Lutz, AF Vandervorst, Nina Ricci
Il giro di sfilate cui stiamo assistendo conferma che la moda, a grandi linee e coi dovuti distinguo, è intrappolata nel circolo vizioso dell'eterno revival, nell'impasse della riproposizione, più o meno letterale o personale, di forme, stilemi e silhouette del recente passato. A questo giro, si oscilla tra gli anni 50 da gran signora – vitini di vespa, seni floridi e gonne danzanti – e gli anni 60 modernisti e grafici – tunichette a trapezio e stivaletti rasoterra, e poi cofane cotonate e occhi bistrati.
Che l'aria sia questa, soprattutto nella versione 60, lo conferma anche la vetrina del concept store Colette, mecca di fashionisti e aspiranti tali: in questi giorni cruciali, anziché le novità appena arrivate, vi fanno infatti bella mostra due abiti vintage di Yves Saint-Laurent, parte della collezione omaggio a Mondrian dell'autunno-inverno 1965-66. Ormai da un pezzo la moda ha preso ad avanzare rinculando, a creare il nuovo dal rimaneggiamento del vecchio, e non è certo qui il caso di contraddire con testardaggine l'aria dei tempi. Le cose tanno così, che ci piaccia o meno, anche perché, a voler proprio essere pignoli, da sempre la moda ha guardato a ieri per immagine il domani – gli anni 70 hanno strizzato l'occhio ai 30, ad esempio, e gli 80 ai 40. Però c'è modo e modo di citare il passato.
Si prenda Nicolas Ghesquiere, che apre la terza giornata di show parigini con una delle sue migliori collezioni per Balenciaga. Ecco, lui è uno che sa inventare, che magari parte dai piccoli trapezi space-age di cui sopra per andare in una direzione tutta sua: eccitante, spericolata, rigorosa. Ghesquiere è un futurista, ed è al suo meglio proprio quando lavora di linee nette e materiali corposi – il neoprene, sintetico e plasmabile, sembra essere uno dei suoi preferiti – però da qualche stagione ha ammorbidito le rigidezze –metaforiche soprattutto – del passato per esplorare una voglia non più sopita di decorazione. Lo show è perfetto in ogni minimo dettaglio. Tutto parla di rococò in versione fantascienza: il set, il solito Salone delle Aquile dell'Hotel de Crillon, tutto stucchi dorati e specchi, trasformato in una scatola di luce con pavimento luminoso, in una inaudita congiunzione di opulenza antica e futurismo sintetico che ricorda la memorabile sequenza di 2001 Odissea nello spazio; le modelle, creature dell'iperspazio con i tratti del volto quasi cancellati dietro un pallore diafano e virginale, rotto dal lampo imprevisto delle sopracciglia colorate; e poi soprattutto gli abiti, veloci e visivamente complicati, indossati sempre con incredibili e altissimi mocassini costruttivisti, frutto dell'assemblaggio di poliedri colorati, quasi dei mattoncini Lego. Pur nella concentrazione di solo 35 look, Ghesquiere tocca questa volta tasti diversi senza perdere di coerenza, perché l'ammorbidimento coincide anche con il desiderio di offrire più opzioni alla clientela. Si parte così dal bianco cosmico attraversato da intarsi di pelliccia per passare ai rigati off; dal grigio severo dei tailleur da istitutrice si arriva alla silhouette rotta e mossa da pannelli, ma il culmine di tutto, alla fine, è la stampa, inattesa quanto dirompente: parole in libertà, arrangiate in una composizione di immaginari decollage di affissioni stradali. La decorazione è un topos caldo di stagione, ma finora nessuno è riuscito a farla con la stessa indefessa contemporaneità di Nicolas Ghesquiere, che si conferma uno dei visionari autentici della generazione dei designers intorno ai quarant'anni.
Da Manish Arora, subito dopo, l'eccesso di decoro è tale da risultare indigesto. Lo stilista indiano da sempre esplora il kitsch in ogni sua forma, ma questa volta manca la leggerezza che lo ha sempre contraddistinto: la silhouette, con la vita segnata e i fianchi imbottiti, è pomposa e rigida, mentre l'assemblaggio dei colori, arrangiati in technicolor estenuanti, risulta eccessivo e poco studiato. Per contrappasso, il nero torna protagonista da Sharon Wauchob nelle corte tuniche di pelle e nelle giacchine a lembi sfuggenti da guerriera metropolitana, e così pure nella bella prova di maschile al femminile di Neil Barrett, per la prima volta a Parigi. Da Balmain, invece, è un tale tripudio di oro e di bling bling, con tanto di frange di catene e di broccati per ogni dove, che l'unica a mancare in passerella è Alexis Carrington di Dinasty, o forse addirittura la Carrà. Accantonato il militare della scorsa stagione, copiato ovunque e comunque, Christophe Decarnin tenta qualcosa più di classe e, a suo modo, più severo – marsine come quelle di Prince in Purple Rain, per intenderci, e poi blazer doppiopetto dalle spalle insellate da indossare coi pantaloni dorati – ma quel che salta davvero agli occhi è l'abbagliante luccicanza che pervade ogni centimetro della collezione, con un effetto a mezzo tra ubriachezza e stordimento.
Dopo tanto sfarzo, le nomadi di Rick Owens, capelli aerodinamici e occhi fumigati, il corpo avvolto dentro abiti apparentemente plasmati dal solo movimento, oppure intrappolato dentro cappe ricamate di placche d'osso, sono così distanti e solenni da risultare sacrali, divine. Con questa collezione, pur senza ricorrere alla rottura drastica, Owens esplora territori nuovi, decoro e abbellimento in primis. Naturalmente, lo fa a modo suo, ma il tono, anziché dark come in passato, è terragno, organico, sicché persino l'abbondanza di pellicce fa pensare ad un nuovo tribalismo urbano. Da Lutz, subito dopo, è il gesto dell'avvolgersi a dominare una collezione concisa e a fuoco nella quale anche il più semplice cappotto ha un movimento curvilineo che è frutto di grande sapienza sartoriale, mentre da AF Vandervorst più cambia più è la stessa cosa, e l'unica novità, accanto ai soliti bustini protettivi e ai soliti stivaloni da cavallo, sono le belle stampe effetto lavagna scarabocchiata. L'intensa giornata si chiude da Nina Ricci con il giardino segreto immaginato dal direttore creativo Peter Coppings: un mescolone di silhouette new look e superfici in 3d ad effetto botanico. Di romanticismo c'è fame, oggi più che mai, ma forse non basta un fiore, e nemmeno la solita strizzata d'occhio agli anni 50, a risollevare animi generalmente provati.
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