MILANO GIORNO 5

Nuova decorazione, accenni di frivolezza

Dolce & Gabbana, Cavalli, Ferragamo e Missoni
ci ricordano che non c'è solo l'estetica neo-minimal

di Angelo Flaccavento



Gli anni zero, il decennio breve appena concluso e già materia di studio – si veda il bel volume antologico uscito da poco per i tipi di ISBN, curato da Carlo Antonelli – nella moda hanno prodotto un vero e proprio cataclisma, alterando per sempre metodi, percezioni ed equilibri. Con la loro legge del collage schizoide e del cut-up furioso di elementi disparati, gli anni zero, tra le tante cose, hanno anche stravolto l'idea della decorazione, rendendola per lo più sinonimo di eccesso e arricchimento, ovvero concetto nebuloso e sospetto. A questo giro di sfilate, invece, mentre da un lato si afferma un'estetica neo-minimal dal sapore tutto americano – vedi alla voce anni 70 di Halston e di Zoran, il purista del cashmere double amato e seguito come un guru dalle signore snob dell'uptown newyorkese – dall'altro si torna a parlate di decoro, ma in termini nuovi.

Non più posticcio e appiccicaticcio, il decoro di questo timido debutto di decennio tende infatti a fondersi in maniera organica con la struttura e diventare elemento che agendo sulla superficie determina la forma. Sembra una sottigliezza da sofisti, in realtà è uno scarto non da poco.
La quarta e ultima giornata di show milanesi si apre da Marni con un misto di romanticismo e precisione nel quale l'esuberanza decorativa dei tessuti broccati e laccati è contraddetta dalla linearità severa e dalla corposità solenne delle forme. È dal contrasto, mai stridente ma sempre ricco di sottotesti inattesi, che nascono le cose più interessanti, e Consuelo Castiglioni sembra saperlo bene. La sua donna è molto meno naif e innocente di un tempo, ma non ha perso il sano, magnifico vizio di sognare. Come una bambina che ha appena lasciato l'infanzia per affrontare l'adolescenza, porta i bermuda con i calzettoni, ma, già donna, poggia una baschina segna-curve sui fianchi, e calza tacchi alti o zeppe altissime; alle mani porta lunghi guanti di pelle e maglia all'uncinetto, che ricordano i guanti da guida almeno quanto quelli da forno, e al collo bellissime colane di elementi metallici e lunghi nastri di raso. Ma è sulla costruzione degli abiti che si concentra tutta l'attenzione: tagli prismatici e pince esterne, sottolineati da pennellare argento come segni d'evidenziatore. Il giovane e promettente Marco De Vincenzo, subito dopo, lavora anche lui sulla superficie, che rende intensa, tattile senza mai abbandonarsi all'ornato, anzi ricorrendo alla secchezza della geometria, accentuata da una scelta di colori densi e preziosi.

Da Dolce & Gabbana, di seguito, si torna a casa, ovvero in Sicilia. Questa volta non è però la Trinacria del Gattopardo, e nemmeno quella di Baària, bensì la Sicilia della tradizione sartoriale, dell'amore per le cose fatte con cura: caratteri evocati nel video di apertura dello show – girato in bianco e nero negli atelier della maison, con i due stilisti e i loro sarti intenti a lavorare in una atmosfera sospesa, fuori dal tempo – così intensamente sentimentale da strappare le lacrime a non pochi fashionisti, razza in genere incline al più disincantato cinismo. Domenico Dolce e Stefano Gabbana, bisogna riconoscerlo, sono geniali: condiscono una collezione che altro non è se non una compilation di greatest hits – dal tailleur maschile all'abito guaina, passando per la lingerie e il pizzo da vedova – con la riscoperta dei sentimenti. La mossa forse è ruffiana, forse no, ma il messaggio arriva dritto al cuore, e in questi tempi duri e crudi non è poco.

Da Iceberg è la volta di lane a quadri che dal repertorio del boscaiolo finiscono dritto nell'armadio della signora bene ma un po' stralunata, come sarebbe piaciuto a Hitchcock, mentre da Roberto Cavalli, subito dopo, è tempo di broccati e di boheme da un milione di dollari, di opulenza e di splendore. Belli i montoni broccati, i pantaloni sarouel e gli abiti vaporosi da zingara; belli i foulard decorati da sfere metalliche e code di pelliccia; belle le piccole borse con tracolla a catena, sontuose come volumi antichi. Cavalli è un decoratore nato, e questa collezione, dopo i deragliamenti del recente passato, segna un ritorno alle origini, con una leggerezza inaspettata e contemporanea. Anche da Missoni spira aria di etnico, tra masai urbano e nuovo tribalismo. La collezione nasce da un eccitante gioco di contrasti che contrappone forme angolose e indefinite – molti pezzi sono poco più che scialli e coperte avvolti sapientemente intorno al corpo – a pezzi lingerie. Il risultato è un nuovo e seducente put-together, fedele al dna Missoni senza sciocchi anacronismi né perniciose auto-indulgenze, eppure fresco, inedito.

Da Ferragamo, subito dopo, il debutto di Massimiliano Giornetti, già designer della collezione uomo, è un omaggio allo chic anni 70 alla Laura Mars (il personaggio interpretato da Faye Dunaway nell'omonimo film), con tocchi di glitter e profusione di marroni, mentre per Sergio Zambon il minimalismo secco non nega la voglia di divertirsi e divertire, come confermano le corone da poeta laureato e le scarpe con buffi inserti di pelliccia.

La giornata, e la settimana, si concludono con un pizzico di frivolezza da Aquilano Rimondi. Orli sfrangiati e linee decostruite, ma precise, segnalano un desiderio di leggerezza che forse non è espresso con grande coerenza, e nemmeno con troppa originalità, ma che di certo non si può non condividere.

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