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AziendeLe collezioni donna trainano i ricavi di EtroInvestimenti mirati, creatività, vero made in Italy: i segreti del successo della famiglia della moda, che si mantiene lontana dalla Borsa di Paola Bottelli |
Il consiglio di famiglia si riunisce ogni volta che ce n'è bisogno nel ristorantino dello showroom di via Spartaco a Milano. Davanti a un risotto giallo, il 70enne Gimmo Etro, amministratore unico, che nel 1968 ha fondato il marchio celebre per il disegno Paisley, fa accomodare i suoi quattro figli attorno al tavolo e ciascuno, con le precise deleghe che ha ricevuto, dice la sua: Jacopo, classe 1962, si occupa degli accessori e della divisione tessile casa, Kean, due anni più giovane, è il direttore creativo del prêt-à-porter uomo, Ippolito, nato nel 1967, è direttore generale, mentre Veronica, 36 anni, è direttrice creativa delle collezioni donna.
«Fuori dall'azienda non parliamo mai di business», dice Ippolito, pronto per volare a Londra e chiudere l'acquisto di una palazzina del 1877 al 43 di Old Bond Street: «È un'ex galleria d'arte di cinque piani che adibiremo a negozio e a spazio per mostre ed eventi. Eravamo in trattativa da quattro anni e abbiamo combattuto contro fondi immobiliari irlandesi e mediorientali: è stata un'opportunità che arriva una volta ogni vent'anni e alla fine l'abbiamo spuntata».
Top secret l'investimento, così come quello per i 450 metri quadrati su due piani di New York a SoHo. «Reinvestiamo tutto il cash flow generato dall'azienda – aggiunge Ippolito Etro – e finora è stato ampiamente sufficiente per finanziare uno sviluppo importante, anche dal punto di vista immobiliare, soprattutto nel retail: tra l'anno scorso e quest'anno le aperture sono 25, concentrate in Cina e Corea, in Giappone, che pesa per il 14% del totale e dove ora gestiamo completamente l'attività, e nel Medio Oriente. In totale abbiamo 200 monomarca, di cui 80 diretti».
Sul fronte dei ricavi, Etro si è difeso bene nel 2009 a dispetto delle difficoltà congiunturali nel mondo del lusso: «Abbiamo chiuso a 264 milioni, in linea con il 2008, di cui il 55% realizzato nei nostri punti vendita con una quota in crescita. Per il 2010 prevediamo un incremento del fatturato del 5%, grazie agli ordini per l'autunno-inverno in aumento dell'8% per la collezione donna. Nei momenti di difficoltà parla il sell-out del prodotto: mentre scremavano gli ordini, i department store e i multimarca ci hanno favorito per l'identità del brand, la creatività, il giusto prezzo e la produzione realmente made in Italy».
Il 42% del fatturato di Etro riguarda l'abbigliamento donna, il 31% l'uomo, il 15% la pelletteria, mentre il 12% i profumi e il tessile casa. «Per tutto il business ci siamo focalizzati sul taglio dei costi – dice ancora il d.g. – soprattutto della creatività: non quelli della ricerca, per carità, ma piuttosto l'eccessivo sviluppo di varianti colori e campionari. Non ci si può più permettere i costi di quando i fatturati crescevano del 20-30% l'anno: così li abbiamo tagliati del 40 per cento. E abbiamo rivisto alcune partnership con i fornitori storici: in alcuni casi, come è tipico delle aziende familiari, ci eravamo un po' fossilizzati ma, guardandoci intorno, abbiamo trovato delle belle sorprese in altre aziende che ci offrono un servizio migliore a un prezzo inferiore».
Nelle strategie elaborate dalla famiglia milanese e dal management non rientra, almeno per il momento, la quotazione in Borsa. «Riteniamo – conclude Etro – di avere raggiunto la nostra giusta dimensione: alcuni anni siamo cresciuti forte, altri meno. Se abbiamo bisogno di denaro da investire, e non accade spesso, le banche sanno che di rischi non ne corrono. L'azienda è sana, l'Ebitda in percentuale sui ricavi è più robusto e proseguiamo nella politica dei piccoli passi: finora abbiamo avuto ragione».
(photo credits: David Bailey)
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