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IntervistaDries Van Noten: «Sono romantico, ma con i piedi per terra»Lo stilista si racconta fra la sua Anversa e il giardinaggio: «Sembro un un po' fuori moda?» di Angelo Flaccavento |
Tags: Dries Van Noten, Anna Wintour, Anversa, Parigi, India, moda
«Mi piace sognare, trovare morbidezza e romanticismo in tutto ciò che ho intorno, e poi creare abiti che facciano star bene, che diano voglia di essere indossati. Amo avere intorno gente contenta, ed è a gente così che rivolgo il mio messaggio" dice il belga Dries Van Noten, designer gentile dallo stile inconfondibile. Mentre le esigenze del marketing stritolano la moda, togliendo magia, Van Noten, padrone unico della azienda che porta il suo nome, fondata nel 1986, percorre imperterrito la propria strada. Il successo lo ripaga, dimostrando che le regole sono buone per i manuali, e che infrangerle è salutare. Senza una sola pagina di pubblicità, senza una seconda linea e nemmeno una terza, contando solo sulla forza dei vestiti e di memorabili quanto raffinati fashion show, Van Noten ha costruito un impero, piccolo ma solido, e una incrollabile reputazione di trendsetter. Anna Wintour, che è nota per centellinare la propria presenza durante il giro stagionale delle fashion week, la sfilata di Van Noten non se la perde mai, e questo vorrà pur dire qualcosa. Figlio di commercianti, cresciuto tra stoffe e collegio gesuita, Van Noten, classe 1958, è un borghese nel senso buono e solido del termine. Nulla nel suo lavoro, dalla ricchezza dei colori al tripudio delle stampe, parla di forzatura, mentre lui, schivo e riservato, rifugge il cliché logoro dello stilista vate. Da sempre vive e lavora ad Anversa, ma lo incontriamo a Parigi, in una ex-galleria nel cuore nel Marais che è il suo quartier generale in città. Vestito nell'uniforme d'ordinanza – camicia bianca, maglia girocollo blu e chinos, i capelli leggermente brizzolati con la riga di lato, da bravo ragazzo – giovanile e affabile, Van Noten arriva puntualissimo all'appuntamento, fissato per le nove del mattino. Orario poco modaiolo ma perfetto per questo sognatore romantico e concreto.
Signor Van Noten, come nasce una sua collezione?
Il risultato è semplice, il processo no. Parto da una immagine o da una idea: qualcosa intorno alla quale creo una storia. Non lavoro da solo sulla collezione, e l'elemento narrativo aiuta a tenere insieme tutti i pezzi. Un po' come il regista di un film, immagino un personaggio, un uomo o una donna, e ne decido le caratteristiche: cosa fa, dove vive, come si comporta. Solo dopo comincio a pensare ai tessuti e alle forme. Ogni membro del team contribuisce a modo suo, e la collezione si costruisce lentamente come un collage, diventando reale.
L'elemento narrativo rimane negli abiti?
Per me un vestito non serve a camuffarsi, ma è uno strumento di espressione. I miei abiti raccontano sempre qualcosa di chi li indossa.
Quale è la storia dietro le sue ultime collezioni?
La collezione maschile così come quella femminile parlano di persone molto forti, ma giocose. La moda ultimamente è diventata troppo seria e concentrata sullo status symbol. Per me la voglia di divertirsi non dovrebbe sparire mai.
Lei è tra i pochi designer che vendono ciò che si vede in sfilata. Come bilancia commercio e creazione?
La mia azienda è del tutto indipendente, il che ha i suoi svantaggi e vantaggi, il primo dei quali è che sono io a prendere le decisioni, perché utilizzo il mio denaro. Ciò vuol dire che mentre creo devo anche pensare a quel che vende, senza necessariamente farmi fuorviare dalle ovvietà del marketing. Non ho un team di esperti che mi dicono di fare i fiori perché si vendono bene: faccio i fiori se ne ho voglia, altrimenti no.
Mantenere questa indipendenza è difficile?
La pressione è notevole. Ho molti dipendenti, ai quali devo assicurare lo stipendio. In India, ad esempio, ci sono tremila persone che lavorano sui nostri ricami, e io voglio essere certo di dar loro abbastanza lavoro ogni stagione. Nonostante il clima, comunque, non ci possiamo lamentare. Forse è vero che in tempi difficili la gente preferisce investire in pezzi speciali, proprio come i nostri.
C'è un filo rosso che attraversa il suo lavoro?
Il senso della tradizione, inteso come apprezzamento del savoir faire artigianale, della sartoria e dell'arte del ricamo. Mi piace l'idea di creare qualcosa che sia diverso dal comune, ma realizzato con criterio e facile da indossare.
Quanto è importante lo show per comunicare il suo messaggio?
La sfilata, dico sempre, sono gli unici dieci minuti che mi vengono concessi ogni stagione per dire quel che penso, anche perché non ho mai fatto, né penso di fare, pubblicità. All'inizio è stata una scelta dettata dalle circostanze e dai budget risicati, poi una decisione consapevole. La gente si è accostata al mio lavoro apprezzando i capi per quel che valevano, non per l'immagine o l'etichetta. La sfilata è il modo migliore per dar vita all'uomo e alla donna che ho pensato ogni stagione, senza che questo diventi un dogma. Una campagna fotografica, al contrario, sarebbe limitante, perché devi scegliere un modello o una modella, e io preferisco alludere piuttosto che definire. Certo, il rischio è non riuscire a dire quel che vuoi come vuoi con la sfilata, perché magari non tutti gli elementi si amalgamano bene, o la musica non è giusta, ma alla fine è un rischio necessario.
Le piace il lavoro di squadra?
Moltissimo. Mi piace avere intorno gente diversa, e anche confrontarmi con chi non fa il mio mestiere. Avviene proprio quando prepariamo lo show: è allora che parli con scenografi, tecnici delle luci, dj.
Preferisce il processo o il prodotto?
Mi piace il processo, e poi il prodotto, ma quando uno show è finito devo subito pensare alla collezione successiva, dimenticando il già fatto. Ho bisogno di avere la mente libera quando comincio una nuova cosa, altrimenti mi sento costretto e limitato.
L'esotismo è un tratto caratterizzante nel suo lavoro. Quanto è importante per lei l'idea del viaggio?
Amo il viaggio, ma penso che questo avvenga soprattutto nella testa. Viaggiare è un modo di pensare e guardare alle cose. La gente intende per viaggio salire su un aereo e andare come minimo a otto ore di volo di distanza; per me vuol dire prendere la macchina e andare in un posto che conosci per scoprire cose che non avevi mai visto, o guardare qualcosa di noto con occhi nuovi. Viaggiare, per me, significa tenere sempre gli occhi aperti.
Esiste ancora un tratto belga nella moda?
La stampa ha sempre bisogno di classificare, ma penso che l'importanza delle scuole nazionali, così forte negli anni 80 quando io, Ann, Walter e Martin abbiamo cominciato, sia di gran lunga scemata. Oggi la moda, come tutto, è una realtà globale. Una cosa che però ancora caratterizza noi belgi è la capacità di lavorare sui pezzi singoli, e non solo sul total look.
Non le sembra che nella moda si sia un po' perso il sogno?
Forse è così: la moda si è troppo concentrata sul prodotto, diventando un sistema. Per un romantico come me questo è un peso, motivo per cui mi ostino a fare di testa mia.
Quanto c'è di lei come persona negli abiti che crea?
Moltissimo, perché sono io, col mio team, che lavoro sulla collezione dal mattino alla sera. A volte mi fa un po' paura: è come mettersi a nudo davanti al pubblico, senza filtri.
Quale è il suo rapporto col linguaggio del colore?
Amo i colori, ma soprattutto amo giocare con i colori. Un cambio di tinte può creare nuove visioni, e scrivere nuovi equilibri di stile.
I fiori sono un leitmotiv del mondo Van Noten. Ama la natura?
Mi piace stare nei giardini, circondato da fiori e piante. Pratico con regolarità il giardinaggio, che ha effetti benefici sulla mia persona, perché mi costringe a stare coi piedi per terra e le mani nella terra. Nella moda tendiamo tutti a pensarci come piccole divinità, mentre il giardino costringe ad uno sforzo di umiltà, perché le piante crescono solo se decidono di farlo. Nella moda, inoltre, ci metti sei mesi a vedere i risultati, mentre in giardino pianti una cosa al mattino, e la sera c'è già un germoglio. Mettere un seme in terra e vederlo crescere è un'esperienza incredibile.
Lei è anche conosciuto come il re delle stampe.
Amo la cultura che esse esprimono, che comprende anche tende, carte da parato e molto altro. Tutte le stampe delle nostre collezioni sono realizzate in esclusiva, e sono il frutto di un notevole sforzo di sperimentazione.
Come si descriverebbe?
Lascio il compito a chi mi conosce, perché io non posso farlo.
Ama le luci della ribalta?
Non le amo affatto, e vivere ad Anversa, una città a misura d'uomo, mi è in questo senso di enorme aiuto. Mi piace guardare le cose da lontano, dall'esterno. Fare un passo indietro, nella moda soprattutto, è alquanto salutare.
Dà l'impressione di essere una persona molto disciplinata.
Sono stato educato in un collegio gesuita. Nella moda, poi, la disciplina è fondamentale. La gente mi immagina in atelier, col camice bianco, che passo enormi fogli con disegni ai miei assistenti, ma la realtà è tutta un'altra.
Si sente imprenditore o creatore?
Entrambi, e va benissimo così.
Ci descrive una giornata tipo nel suo studio?
Il bello è che non esistono giornate tipo. Ogni giorno è diverso dall'altro, e pieno di imprevisti. Lavoriamo a ritmi serrati, anche perché non produciamo seconde linee o nulla del genere, quindi ogni collezione è molto ampia, e comprende prodotti per tutte le fasce.
Cosa prova quando vede i suoi capi per strada?
È il più grosso complimento, soprattutto quando sono indossati in modo personale. Scoprire come la gente interpreta la mia moda è una grande lezione di vita.
Lei sembra unire romanticismo e pragmatismo.
Perché no? Non mi vergogno di ammettere che sono romantico, anche se questa qualità oggi non è molto apprezzata, e sembra fuori moda.
Cosa è per lei la bellezza?
Qualcosa di personale. Non amo la bellezza assoluta, perché può essere molto noiosa. A volte sono più interessato a qualcosa di veramente brutto, perché ci posso girare intorno, trovando nuove vie.
Pensa al suo lavoro come un'arte?
No, non lo faccio. Un cuoco che fa una bellissima torta che è anche squisita da mangiare si merita il titolo di artista almeno quanto me.
(photo credit: Thierry Chomel)
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