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MODA«Ho studiato l'archivioe poi l'ho dimenticato» Intervista a Rodolfo Paglialunga, direttore creativo di Vionnet ed ex collaboratore di Gigli e Prada di Angelo Flaccavento |
Tags: Vionnet, Rodolfo Paglialunga, Romeo Gigli, Miuccia Prada, Matteo Marzotto, Marni
«Madelaine Vionnet rappresenta la rivoluzione nella moda del 900. Ha liberato le donne dalle costrizioni e creato il linguaggio moderno della couture facendo dialogare, come nessuno prima di lei, abito e corpo», dice Rodolfo Paglialunga. Quarantatre anni, una lunga esperienza maturata al fianco di Romeo Gigli e Miuccia Prada, Paglialunga è stato investito del compito, arduo ma stimolante, di rinverdire, a settanta anni esatti dalla chiusura, lo stile della augusta maison Vionnet, marchio di recente riportato in vita da una cordata italiana guidata da Matteo Marzotto e Gianni Castiglioni, dopo una prima fallimentare prova di rilancio ad opera degli americani di Barneys. Il nuovo tentativo potrebbe essere, finalmente, quello giusto. Certo, l'eredità di Madelaine Vionnet, inventrice del taglio sbieco – lo stretch prima dello stretch – maestra del drappeggio e minimalista ante litteram, ma anche couturier dal visionario intuito commerciale che raccoglieva in un libro dei copyright tutti i modelli prodotti in atelier, e che al picco del successo aveva 1200 dipendenti e un palazzo di cinque piani su Avenue Montaigne, non è delle più semplici. Paglialunga, saggiamente, ha evitato di rifare il già fatto, puntando piuttosto a rigenerare l'essenza della maison. Di suo ha aggiunto il tocco di apparente casualità – molti abiti sembrano foulard appena appoggiati addosso – e un raffinato senso del colore. Il risultato è una collezione di abiti e accessori – scarpe-gioiello e borse design – che si insinua nella stessa sofisticata nicchia di mercato di Marni e Prada.
Signor Paglialunga, cosa rappresenta per lei Madelaine Vionnet, e come ne ha interpretato l'eredità?
Vionnet è un nome mitico, ma anche una maison che è stata preservata da interpretazioni spurie e falsi tentativi di rinnovamento. Affrontare un marchio con una simile storia ha richiesto una buona dose di temerarietà, da parte mia, ma le sfide si accettano proprie perché tali. Ho studiato a fondo il lavoro della creatrice, il suo approccio al taglio e il suo modo di far dialogare abito e corpo. Ad un certo punto, però, la ho come dimenticata, per evitare di fare una cosa troppo letterale. In fondo è passato un secolo, e non voglio riprodurre, ma reinterpretare il lavoro di Vionnet, cogliendone gli elementi essenziali: leggerezza e femminilità innanzi tutto. Il colore è invece una mia addizione personale. Nulla di drastico, però: preferisco un passaggio graduale.
Le pesa non avere il suo nome sull'etichetta?
Niente affatto. Come designer non ho mai davvero pensato di fare una linea a mio nome. Qui da Vionnet mi sento protetto, e la storicità del marchio mi offre in ogni caso una grandissima esposizione. Il che non vuol dire, naturalmente, che l'impegno sia minore. Anzi, è doppio.
Cosa ha imparato da Romeo Gigli e Miuccia Prada, con entrambi i quali ha lavorato?
Sono state esperienze diverse, accomunate da creatività e sperimentazione. Quando arrivai da Romeo ero molto giovane: si lavorava tutti insieme, in una grande stanza, e si procedeva per prova ed errore. Da Prada invece l'esperienza è stata più completa, ed è durata ben tredici anni. Dalla signora Prada, come da Patrizio Bertelli, ho imparato ad avere una visione critica, ad estraniarmi e prendere le distanze dal progetto.
Come lavora?
Non disegno. Mi confronto direttamente col tessuto. Preferisco un approccio manuale: veder nascere un volume e plasmarlo gradualmente.
La interressa di più il processo o il prodotto?
Il prodotto. Il mio metodo è manuale-concettuale.
Come definirebbe il suo stile?
In progress, contemporaneo più che moderno, sempre femminile. I miei abiti sono semplici, con dettagli inattesi che li rendono nuovi.
La interessa di più la precisione o l'indefinitezza?
L'unione delle due. L'indefinitezza è spesso il carattere che rende un abito speciale, con l'anima: una caratteristica che cerco costantemente di catturare.
Cosa è per lei la bellezza?
Nel mio lavoro cerco bellezza e armonia, ma definire la bellezza è difficile. La bellezza è variabile, cangiante. Non esistono dei parametri fissi, ed è meglio che sia così.
Ha in mente una donna specifica mentre crea?
Lo troverei limitante: ogni abito deve vivere di vita propria, ed essere interpretato da ogni donna in modo diverso.
L'atemporalità è una qualità che ricerca nel suo lavoro?
È un tratto fondamentale.
Come bilancia tradizione e innovazione?
Sono entrambe parte del mio lavoro. La tradizione è ciò che si conosce e dà sicurezza. L'innovazione è la maniera in cui tutto ciò viene reinterpretato.
Arte e commercio, invece?
Le bilancio cercando di diversificare. Arte e commercio sembrano poli opposti, ma in realtà devono coesistere. L'equilibrio tra mercato e idee me lo ha insegnato Miuccia Prada. I vestiti hanno senso solo se qualcuno li può indossare, altrimenti non ci sarebbe ragione di fare questo lavoro.
Creativamente si sente parte di una qualche scuola?
No. Seguo la mia strada. Mi piacciono designer del passato e contemporanei. I giapponesi per la capacità di sperimentare, ad esempio, ma sarebbe limitante fare dei nomi.
Riuscirebbe a riassumere il suo lavoro in una formula?
No, è impossibile. Mi piace vedere come la gente interpreta la moda, perché questa racconta moltissimo di ognuno di noi.
Cosa pensa dello stato attuale della moda?
Si cerca di riavvicinare la gente, perché forse la magia si è un po' persa. La moda è parte di noi, non ne possiamo fare a meno: è un codice di comunicazione. Oggi in giro ce ne è tanta, ma non sempre di qualità.
Quale è la sua principale motivazione, come designer?
Mi piacerebbe essere considerato un artigiano. Seguo un metodo tradizionale per creare qualcosa di contemporaneo.
Cosa è contemporaneo, per concludere?
Tutto ciò che è radicato nell'oggi.
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