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Milano, giorno 3Moda rassicuranteper la new power woman Gli schemi si ripetono un po' troppo, ma non mancano (per fortuna) guizzi di originalità di Angelo Flaccavento |
Tags: Miuccia Prada, Milano, Parigi, Celine, Balmain, DSquared2, Helmut Newton, Blumarine, Sportmax, Alberta Ferretti, Gianfranco Ferrè, Tommaso Aquilano, Roberto Rimondi, Emporio Armani, Versace, Raf Simons, Jil Sander
La terza giornata di sfilate milanesi per l'autunno inverno-inverno 2010/11 regala una preoccupante conferma: la moda italiana sta vivendo – naturalmente non nella sua interezza, perché fare di tutt'erbe un fascio sarebbe sciocco e qualunquista, e anche perché la speranza è in fondo sempre l'ultima a morire – una evidente situazione di stallo creativo, che si esplicita essenzialmente nella repetitio ad infinitum dello status quo. Ma non si diceva che i momenti difficili sono quelli in cui la creatività prende il sopravvento? Forse non è più così. O forse è che l'imperativo principale per tutti, in questo momento, è vendere, senza troppi voli di fantasia. Quando persino una incline ai colpi di testa incendiari come Miuccia Prada continua a rifare se stessa, con variazioni minime sul tema, vuol dire che il morbo è diffuso in maniera capillare. Senza dire che Prada è una trendsetter, mentre in molti, in troppi, a Milano si limitano a rifare a modo loro, ad adattare e diluire quel che si è già visto sulle passerelle direzionali, a Parigi in primo luogo. Oggi magari il modello di riferimento è Celine, con un pizzico di Balmain, ieri era chissà cosa.
Poco importa: l'originalità, che è il sale dalla moda, scarseggia. Quel che urge, invece, è che il prêt-à-porter italiano ritrovi la propria voce e la propria sigla, altrimenti l'Italia della moda si ridurrà a bacino di produzione di prodotti di lusso, perdendo per sempre il suo ruolo di faro creativo.
La giornata si apre con le vamp assatanate di DSquared2, tutte labbra scarlatte e occhi fumigati, il corpo chiuso dentro guaine che ne segnano ogni curva. Abbandonati per sempre i jeans e le t-shirt, che gli hanno fatto guadagnare fama e denari a non finire, i gemelli Caten ormai da un po' si sono dati alla couture, ma mai con tanta convinzione e intensità come questa volta. I risultati lasciano perplessi, perché eliminate le trovatelle di styling – i guanti e le calze di lattice scarlatto alla Allen Jones, le scarpe fetish, le cascate di frange metalliche – quel che resta sono solo tailleur e abitini bon-ton da signora. Porca e chic, certo, ma pur sempre signora: una satanassa come quelle immaginate, con ben più spessore, dalla buonanima di Helmut Newton; una amazzone come quelle che oggi popolano le pagine del Vogue Paris. E proprio a Carine Roitfeld, direttore e magna mens del periodico francese, fanno pensare le gonne a matita e i tocchi di pelo: in maniera così plateale da rasentare il banale.
Dopo il safari sberluccicante di Blumarine, che in un mondo fatto di cashmere, strass e femminilità giocosa ha in fondo un suo perché, dopo i patchwork di materiali di Sportmax, uniti in una sintesi che seppur poco originale è perfetta, e dopo il romanticismo etereo e un po' fuori registro di Alberta Ferretti, è di nuovo tempo di vamp nerovestite da Gianfranco Ferrè. Dimenticata l'infilata di false partenze del passato – tutte giustificabili, perché l'eredità di un marchio come Ferrè non è certo facile da gestire – Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi toccano finalmente la nota giusta, quella che può davvero spingere Ferrè nel presente e nel futuro prossimo senza rigidità e anacronismi. Convince in primo luogo la scelta di una femminilità insieme assertiva e seducente, matura e consapevole; convince la silhouette scolpita ma non rigida; convincono le lavorazioni a intreccio e gli intarsi di materiali che creano texture opulente sui pezzi più severi, così come la sapienza nell'alternare ricami e drappeggi negli abiti da sera. Tutto è tenuto insieme con gusto ed equilibrio, e giusto un pizzico di quella staticità architettonica che da Ferrè è lecito aspettarsi. La strada, insomma, è aperta, e adesso basta solo percorrerla con convinzione.
Alla uptown girl di Emporio Armani, insolente e decisa con le sue giacchette di pelliccia rasata (rigorosamente finta) i tailleurini corti e le gambe sempre scoperte, segue la maliarda di Versace, indecisa tra il look da motociclista, con tanto di pantaloni ad intarsi anatomici e l'immancabile chiodo, e quello da wonder-woman con i bustini prismatici di pelle metallizzata. Se il tutto suono un po' come un'accozzaglia di elementi e ispirazioni disparate, è perché la coerenza non è quel che importa da Versace: qui bisogna sedurre, anche a costo di deragliare a destra e a manca ad ogni uscita. Del resto, perché essere una, quando si può essere tutte?
La giornata si chiude su una nota positiva con le new power women di Raf Simons per Jil Sander: non vamp, ma pur sempre donne con gli attributi, se ci si passa la locuzione machista. Giocando con una sottile rimodulazione del linguaggio del power dressing – tessuti corposi e mascolini, spalle accentuate, e il tailleur come capo centrale – Simons scardina, frammenta e rimette insieme, e crea il nuovo. I tagli sono prismatici ed ergonomici, mentre il feltro si accoppia allo chiffon, e i pattern a quadri allover, distorti dai tagli, danno una profondità optical alla silhoutte corta e marziale, accentuata dagli stivaletti rasoterra. Certo, è vero che sul tema Simons ha già dato più volte in passato, ma poco importa: il risultato è sottile, e perfettamente calibrato. Simons, insomma, è un originale. Di questi tempi, è davvero molto.
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