MODA

Addio a «Lee» McQueen, genio dall'anima nera

Depresso per la morte della madre, suicida a poche settimane dalla passerella parigina

di Paola Bottelli


Per la famiglia, che ne ha annunciato ufficialmente la morte, è «inappropriato» parlare delle cause proprio ora. Per la blogosfera si è trattato sicuramente di suicidio. Secondo il Sun la polizia l'avrebbe trovato impiccato. L'unica certezza è che l'eccentrico stilista Alexander McQueen – che nel '96 aveva fatto provocatoriamente sfilare la modella Aimée Mullins con le protesi in legno al posto delle gambe purtroppo amputate – è stato trovato morto ieri mattina nella sua casa londinese. Una settimana dopo la morte della madre, dolore evidentemente insopportabile e che l'aveva fatto piombare in una profonda depressione: i più stretti collaboratori sussurrano che aveva smesso di presentarsi al lavoro e pure di mangiare.
Cranio quasi rasato, pizzetto e baffi chiari, un look stracopiato dai modaioli, Lee McQueen – questo il suo vero nome – avrebbe compiuto 41 anni il 17 marzo, otto giorni dopo la sfilata del prêt-à-porter in corso di preparazione, inserita nel calendario della moda parigina alle 20.30 del 9 marzo alla Conciergerie, monumento nazionale di Francia. Una location teatrale, perfetta per le sue creazioni-capolavoro: lo scorso ottobre, avevano fatto scattare la standing ovation le sue ragazze-mutanti, metà essere umano e metà rettile, inguainate in abiti di seta stampata dalle costruzioni sapienti, ai piedi le ormai celebri zeppe da insetto, alte 20 centimetri, che molte star si sono rifiutate di calzare sul tappeto rosso per il timore di scivolare davanti ai paparazzi.
Figlio di un tassista, Lee lascia la scuola a 16 anni e inizia l'apprendistato in Savile Row, la via londinese dei sarti, allora al suo massimo splendore, dove impara l'arte del taglio. Dopo un passaggio milanese come assistente di Romeo Gigli, torna a Londra per diplomarsi in fashion design alla prestigiosa St. Martin's, fucina internazionale di talenti. Lì viene notato da Isabella Blow, mito del giornalismo di moda e famosa per i bizzarri cappellini creati per lei da Philip Treacy, che da talent scout si trasforma in musa, in una relazione simbiotica tra le più riuscite nel mondo fashion.

Nel '96 arriva la sorprendente nomina a direttore creativo della maison Givenchy, dove occupa fino al marzo 2001 il ruolo di monsieur Hubert, l'uomo che aveva creato il mito di Audrey Hepburn. Nel dicembre 2000 la svolta: Domenico De Sole, allora Ceo di Gucci Group – forte dell'enorme liquidità garantitagli da François Pinault, patron della Ppr, intenzionato a creare un polo del lusso alternativo alla Lvmh dell'acerrimo nemico Bernard Arnault – rileva il 51% del marchio Alexander McQueen che dal 2007, precisano al Gucci Group, «ha raggiunto la redditività».
Carico di premi e riconoscimenti, incluso il Commander dell'Impero britannico, Alexander brucia le tappe creative, ammorbidendo il suo stile trasgressivamente dark-horror con collezioni più vendibili interamente made in Italy, mentre Gucci Group apre flagship store con la sua insegna a New York, Londra, Milano, Las Vegas e Los Angeles. Tre anni fa uno step fondamentale nella vita privata: dopo numerosi tentativi di suicidio, la Blow ingerisce un potente veleno e lascia lo stilista "orfano" della linfa vitale. Esattamente come orfano si sente oggi l'intero mondo della moda. «Ho lavorato a stretto contatto con lui per cinque anni – ha commentato Robert Polet, presidente e Ceo di Gucci Group – e la sua forza creativa ha sempre ispirato me e tutti coloro che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui. Ci ha lasciati troppo presto, ma la sua eredità è ricca». «Ho sempre rispettato la sua grande genialità», ha detto Giorgio Armani, mentre Kate Moss è «scioccata e distrutta». Per Frida Giannini, direttore creativo di Gucci, «la sua visione unica ci ha regalato emozioni incredibili: il suo genio creativo rimarrà per sempre nella storia della moda». «L'abbiamo sempre ammirato – hanno detto Domenico Dolce e Stefano Gabbana – per il suo genio creativo ed estro inimitabile: lascia un grande vuoto». L'ultima uscita in passerella, con il braccio destro alzato verso l'affollata platea di aficionados, compratori e giornalisti, è dello scorso gennaio a Milano moda uomo, con gli abiti dal solito taglio impeccabile stampati a grafismi che soltanto da vicino si sono rivelati ossa e teschi, veri e propri must nel mondo della moda. Sul cartoncino d'invito, una foto di Sting che dava un po' l'impressione dell'homeless: al cantante era stata affidata anche la colonna sonora dell'evento, una musica ripetitivamente celtica. Quasi un lamento funereo.

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