STILE

Jazz, spiritualità
e un tocco ambiguo

Una miriade di uomini diversi, ciascuno col suo piccolo mondo intorno, popola la seconda giornata di sfilate parigine per l'inverno 2011

di Angelo Flaccavento



Sia detto in maniera chiara: le sfilate parigine, in genere, hanno un impatto visivo e una forza stilistica che quelle milanesi non possono nemmeno avvicinare. La considerazione, per una volta, si basa sulla valutazione nuda e cruda dei fatti, e non è, come potrebbe forse sembrare, il frutto di quella sciocca tendenza esterofila che da sempre caratterizza noi abitanti del Bel Paese. Il fatto è che a Parigi ogni designer sembra avere una identità precisa, ben definita, di nicchia o meno che sia, ma sempre indipendente dal lavoro degli altri; a Milano, al contrario, seppure con le dovute eccezioni, è tutto un citare e un seguire il gregge – i trendsetter sono pochi, gli epigoni non si contano – perché far parte per se stessi è ritenuto in fondo un modo di agire stolto e pericoloso. Che farci: la moda è una espressione dei tempi e della cultura, ed è da un pezzo che in Italia l'originalità di pensiero e la voglia di rompere gli schemi hanno smesso di essere considerati dei valori.

Una miriade di uomini diversi, ciascuno col suo piccolo mondo intorno, popola la seconda giornata della sfilate parigine per l'inverno 2011.
La partenza è a ritmo di jazz e di swing, negli ambienti per un giorno per nulla austeri del Salone d'Onore della Borsa. È qui che il giapponese Junya Watanabe, designer tra i più originali e influenti, presenta il proprio omaggio a Charlie Parker, ai mods e ai rude boys: una stagione di stile maschile indimenticabile, autenticamente senza tempo. L'elemento definente è il porkpie hat (calotta bassa e cilindrica, tesa piccola e tonda) frutto della collaborazione con Borsalino – Watanabe da sempre reinterpreta capi classici del guardaroba maschile, e lo fa, saggiamente, coinvolgendo, secondo necessità, i migliori nei rispettivi campi. La silhouette è tipicamente Watanabe: risucchiata, striminzita e rattrappita, con i pantaloni che a mala pena sfiorano la caviglia, e le giacche che si arrestano una spanna sopra i glutei; questa volta, però, le spalle sono marcate, decise, anni 40/50, e l'effetto è nuovo. Belli i parka piccoli piccoli, e le giacche tipo Barbour miniaturizzato, ma belli anche gli spolverini puliti. Come spesso ripetiamo, nella moda maschile basta una manciata di centimetri, tolti o aggiunti, per far la rivoluzione, senza fanfara: Watanabe maneggia quest'arte a perfezione.

Da Yves Saint-Laurent, subito dopo, Stefano Pilati continua a fare l'unica cosa che gli riesce davvero bene: se stesso. Se è vero che molti designer, quando creano per l'uomo, usano se stessi come modello, beh allora Mr Pilati è un caso da manuale, e lo diciamo senza alcun desiderio di critica. L'hobo della scorsa stagione, tutto strati acciaccati e abiti intensamente vissuti, si evolve, riconciliandosi col ferro da stiro. Tutto è perfetto, con un appiombo consistente, dai giacchini corti, coi lembi sfuggenti, ai pantaloni dai volumi sperimentali e non sempre convincenti, alle tute, vero pezzo forte della collezione. Le giacche monopetto sono chiuse a doppio con una spilla da balia, quasi a suggerire un gesto intimo e immediato di autoprotezione, mentre le camicie, lunghe e pieghettate, sembrano tuniche, e portano l'azione in un territorio sospeso tra androginia e spiritualità. Spiritualità che deflagra invece sulla passerella nera come la pece di Rick Owens. Il profeta del glunge, l'alfiere del modernismo ruvido questa stagione è in vena di cambiamento, e confina il nero, suo colore di riferimento insieme al grigio, al solo set, optando per una palette organica e morbida, dominata da sfumature di sabbia, marrone e crema. Anche la linea degli abiti è nuova: definita e netta, allungata e neogotica, parte dalla spalla alta e insellata, a pagoda, per poi accarezzare il corpo, e aprirsi al fondo, come evidente dei cappotti da santone, pensati per un Nosferatu del terzo millennio, asceta e peccatore. Lavorando di stratificazioni e sovrapposizioni – le maglie lunghe e spesse come cotte fanno sempre capolino sotto le giacche, simulando gonne e tuniche – e di torsioni – i colli sono alti e avvolgono il volto per abbracciare il busto – Owens tratteggia con precisione la figura di uomo autenticamente contemporaneo, dai connotati sessuali non immediatamente evidenti. È un uomo mutante: non effeminato, nemmeno quando porta le zeppe a cuneo, ma androgino, o meglio ancora genderless, perché ormai anche le distinzioni etero/gay sono obsolete.

Walter Van Beirendonck torna sul tema, a lui caro, della modificazione corporea, con una serie di top dalle protuberanze articolate e di pantaloni cargo dalle tasche sapientemente piazzate, ma questa volta manca l'energia, o forse l'originalità, e il risultato è fiacco. Dopo il grunge aerodinamico, tutto nero e quadretti grigi, di Kris Van Assche, è la volta del teatrino di Comme des Garçons. Capire Rei Kawakubo non è mai semplice, ma questa volta l'impresa sfiora l'impossibile: gilet come giubbotti antiproiettile, e cinghie sparse, accennano a movimenti protettivi; sovrapantaloni bermuda creano una silhouette clownesca, accentuata dai tocchi di pelliccia sintetica, tagliata all'occorrenza anche in formato cravatta; marsine di cotone acciaccato danno al woarwear un sapore dandistico. Insomma, un gran mescolone di cose, nel quale attingeranno in molti, perché una sola collezione di Comme contiene idee per cento altre.

Alla linearità tattile, tutta giocata su tagli semplici e texture intense, di Cerruti, segue il pathos cattolico di Riccardo Tisci per Givenchy, espresso in una collezione concisa e densa, intransigentemente nera, con la punteggiatura bianca delle camicie e oro delle corone di spine usate a mo' di collane. Anche qui, come da Comme, è in atto un rimescolamento di codici, ma di natura del tutto diversa, perché l'incastro di tipologie a tutta prima opposte produce in un vero morphing di forme. Il parka, capo centrale, diventa così quasi una armatura articolata, mentre sulle camicie un intarsio sostituisce lo sparato; i bermuda, indossati su pesanti leggings, sembrano gonne, o kilt, e i cappotti a tre quarti sono tanto marsine quanto giacche. Alla ricerca di un fraseggio aulico e rarefatto, ma dal fondo muscolare e terragno – vedi il casting di latinos muscolosissimi – Tisci rinuncia al cotè street del passato. L'operazione riesce, ma il contatto col mondo reale sembra essersi perso, ed è un peccato.

La giornata termina tra lingue di fuoco e lenti d'ingrandimento fuori misura da John Galliano, che porta Sherlock Holmes in Oriente, tra impermeabili con la mantellina e pantaloncini di raso. Se il tutto sembra un po' disparato, l'effetto è intenzionale. In fondo, l'istrionico John lo amiamo proprio perché per lui uno più uno non fa mai due, ma cinque.

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