STILE

A Parigi in passerella
l'uomo metropolitano

Da Victor&Rolf a Vuitton prima giornata di sfilate dedicate alla moda maschile dell'inverno 2010/11

di Angelo Flaccavento


Utilizzando un montaggio serrato di immagini, associazioni libere e la musica come amalgama e contrappunto, il regista sperimentale Walter Ruttmann girò nel 1927 Berlino. Sinfonia di una grande città, ritratto di una metropoli pulsante, in irrefrenabile divenire. Il film, che anticipa di oltre mezzo secolo l'estetica in furioso cut-up dei videoclip, è una pietra miliare della storia del cinema. Curiosamente il titolo sarebbe perfetto, coi necessari aggiustamenti, per riassumere lo spirito della prima giornata di sfilate parigine dedicate alla moda maschile dell'inverno 2010/11. La città ­– nel senso di metropoli, non una in particolare – sembra essere infatti la vera protagonista di collezioni per il resto radicalmente diverse le une dalle altre. La città come accumulo di esperienze e di vite; la città con il suo spaccato trasversale di abitanti: nomadi urbani, sognatori, giocatori, viaggiatori.

La giornata si apre con uno show raccolto e intimo in una di quelle serre di metallo e vetro che solo i cortili parigini sanno nascondere da occhi indiscreti. È il debutto in passerella – dopo anni di presentazioni – della collezione Monsieur di Viktor & Rolf. Abbandonate le rigidezze, e anche i trucchetti facili del passato, il duo trova finalmente una certa levità, nonostante il titolo assegnato alla prova faccia temere il contrario: Paint It Black. È infatti il nero a dominare, come schizzato via da una boccetta d'inchiostro – l'uomo Viktor & Rolf in fondo è, e rimane, un nerd, e immaginarlo al banco di scuola, coi suoi occhialoni spessi, e i capelli composti, è più che lecito – a tingere e sovratingere tutto, dalla camicia con cravatta ai jeans. La linea è decisa, con echi anni 70 nelle giacche doppiopetto, ma non priva di nonchalance, mentre il tuxedo diventa imprevedibilmente completo da giorno, o se non altro indumento passepartout.

Ancora sciccherie alla francese da Alexis Mabille. Il re del papillon si ispira al cielo invernale di Parigi, imprevedibile ma costantemente grigio, e punta sulla sovrapposizione di bermuda over su longjohns (i mutandoni del nonno, per intenderci), o sui pantaloni larghi con le pince, genere Oxford Bags, per disegnare la figura di un uomo meno femminiello che in passato. L'operazione in parte riesce, in parte no: troppe le cinture gioiello e i fiocchi couture dove proprio non starebbero, e veramente sbagliate le mutande bianche col colletto della camicia cucito sul girovita, parte della linea di intimo appena lanciata. Dove Mabille si salva sempre, in calcio d'angolo, è invece l'esecuzione perfetta dei pezzi, dalla mano quasi couture.

Da Issey Miyake, subito dopo, è la volta di una eclettica cafè society. Come in un caffè si mescolano uomini di ogni credo e di ogni estrazione, così lo show, ritmato e veloce, è una fusione panculturale di mondi, e di stili, diversi, accomunati da una rilassatezza che non contraddice, anzi accentua, l'energia del vivere metropolitano. Le giacche e gli abiti formali ricordano uniformi militari, mentre il nylon pieghettato viene usato per realizzare i piumini, e la maglieria, confortevole e sportiva, ritrova una nuova centralità. Notevoli le stampe, sfumate e schizzate, ispirate anch'esse al mondo del caffè – la schiuma del cappuccino, le striature dell'espresso – e realizzate in collaborazione con Masashi Yagyu, proprietario di Caffè Antologia a Tokyo.

Paul Helbers, men's studio director di Louis Vuitton sotto la direzione artistica di Marc Jacobs, pensa invece ai bisogni del viaggiatore di oggi – viaggiatore in senso mentale, non solo materiale – e risponde a colpi di Bleisure, ovvero: business + leisure. Da quando è entrato nella maison del monogram, ormai quattro anni fa, Elbers ha sempre fuso l'aplomb dell'abbigliamento formale con soluzioni tecnico-funzionali desunte dallo sport, ma è solo con questa ultima prova che il mix quagli davvero. Ispirato da un recente viaggio a Vienna, Helbers disegna un guardaroba preciso e severo, a dominante grigia, nel quale il gioco di contrasti, sottolineato dalle costruzioni ad intarsio, è centrale, e la pelle, trattata per avere una mano opaca, gommosa, diventa protagonista. Come sempre da Vuitton, sono gli accessori a riservare il twist autentico della perversione modaiola – quella che scatena l'ansia dell'acquisto in fashionisti e non: anfibi di pelle con la suola di legno tipo clog – a breve ai piedi di groupies giapponesi - e poi sensazionali shopper oversize – ne sono state realizzate solamente tre, al momento – dipinte a mano dall'artista tedesco Christian Schoeler con paesaggi e cieli nuvolosi.

Cappucci in abbondanza, cappotti come vestaglie, e altre trovate parasportive sottolinenao da Jean-Paul Gaultier il motivo boxe. Nonostante lo show rutilante, con tanto di ring e boxeur in gonnella, l'enfant terible, non più tanto enfant, mostra qualche segno di stanchezza, e rischia la ripetitività. O forse è solo che, di questi tempi, degli show a tema non c'è più voglia, e di violenza, vera o finta che sia, ancora meno.
Uno che invece più fa la stessa cosa, meglio la fa è Dries Van Noten, il maestro indiscusso della mascolinità delicata e sognante. Cinquant'anni e la grazia di un ragazzo, una modestia che nel fashion system è una autentica rarità, il signor Van Noten possiede il dono della leggerezza, la stessa qualità decantata da Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane: qualsiasi cosa tocchi risulta speciale, ma sempre priva di sforzo. Lo show, coi modelli che portano ciascuno un piccolo speaker nella mano, è toccante, e l'ispirazione vagamente college – abbondano le righe regimental – per nulla letterale. Giocando di forbici e concetto, Van Noten scombina tutto: porta le maniche del trench sul cappotto, e quelle della giacca sulla maglia; sperimenta, ma mai in maniera fredda o distante. La palette, col blu acceso e il mastice dei pantaloni chino sempre presenti è fané quel tanto che basta, sicché finalmente eleganza e invenzione si riconciliano, e lo chic diventa nuovo.

La giornata si chiude nel nero gotico, emaciato, e androgino del giapponese Julius, idolo dei fashionisti tenebrosi, e con l'esilarante casinò di Adam Kimmel, popolato da rispettabili signori in doppiopetto con le facce occultate dietro le maschere grottesche e irrispettose di George Condo. Chapeau!

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