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STILEL'uomo di Lanvinchiude con classe Parigi Domenica ultima giornata di sfilate dedicate alla moda maschile con un'ottima prestazione creativa del duo Elbaz e Ossendrijver di Angelo Flaccavento |
Tags: Lanvin, Kremer, Paul Smith
Le regole del vestire, quello maschile in modo particolare, sono cambiate radicalmente. Il logorio della vita moderna – per usare un'espressione desueta ma ancora efficace – la frenesia del ritmo metropolitano hanno fatto fuori, una volta per tutte, la vecchia legge che voleva ogni abito abbinato all'occasione. Oggi si esce di casa al mattino e, sopraffatti da mille impegni, solo di rado c'è il tempo per tornare a cambiarsi: ogni insieme, pertanto, deve essere multifunzionale, trasversale, pronto ad adattarsi a necessità e imprevisti, e andare bene da mattino a sera. Che novità, dirà qualcuno: è da un pezzo che le cose stanno così. Il fatto è che non sono molti i designer che hanno dato una risposta convincente alle nuove esigenze.
Con la collezione presentata ieri per Lanvin in conclusione del calendario della moda uomo, la magica coppia Alber Elbaz & Lucas Ossendrijver, un duo che da sempre funziona a perfezione – uno, Elbaz, è il creative director, ossia la magna mens, l'altro, Ossendrijver è il designer – ha fatto punto fermo sulla situazione, scrivendo una pagina importante nella moda uomo di questo inizio di decennio. Con la loro prova impeccabile, concisa ed emozionante, i due hanno anche risollevato gli animi abbattuti di fashionisti e addetti ai lavori, provati da due intense settimane di sfilate per lo più prive di forza e di energia. Il bello viene alla fine, si dice, e così è stato. L'uomo Lanvin, dunque, è ad un punto di svolta: lascia i lidi romantici e asessuati del passato per avventurarsi, zaino in spalla, nella città. Conserva uno sguardo sognante sul mondo, ma ha, e non solo metaforicamente, spalle più larghe e potenti; è addirittura un po' un guerriero, come suggeriscono le bande legate sulla fronte, e ama sovrapporre più pezzi in ogni insieme, perché è una giungla là fuori. Indossa cappotti ampi, con le cuciture esterne che danno una nota di controllata casualità, e giacche strette in vita da alte fasce che paiono cinture protettive; porta pantaloni ampi, con la vita doppia e alta, e maglie jacquard; con rammarico dei commercianti, ai piedi non calza più le copiatissime sneakers di raso e vernice – vero bestseller della maison – ma stringate di ogni tipo e pellame – notevoli quelle affilate di rettile – con la suola sempre alta e in contrasto. È da qualche stagione che Elbaz e Ossendrijver tentano di cacciare il fantasma dell'effeminatezza dalla casa di Jeanne Lanvin, ma questa è la prima volta che l'operazione riesce davvero. A questo punto, aspettarsi di vedere i loro abiti anche fuori dal ristretto circolo modaiolo non è più utopia, ma plausibile previsione.
Subito dopo, il teatrino space age di Romain Kremer, designer emergente beniamino dei discotecari branchè e della stampa di nicchia – tutta presente allo show, ospitato in un garage maleodorante e male illuminato – pare un tuffo nell'anacronismo del costume. Solo dei ventenni privi di senso della storia potrebbero trovare originali abiti così platealmente ispirati al lavoro di Cardin e Courrèges, ma il pubblico di riferimento di Kremer è proprio questo, e allora va bene così.
La settimana si chiude col meltin pot molto brit di sir Paul Smith. Qui il grigio della city incontra le piume native american, la giacca della tuta finisce sotto quella da smoking, e il colore, acceso, fa qualche sporadica apparizione, per rallegrare gli spiriti e rompere la monotonia dei mezzi toni, imperanti per ogni dove.
In altre parole, più cambia, più è la stessa cosa. La moda va così.
Alla prossima.
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