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STILEUna nuova «silhouette»in arrivo per l'uomo Sabato, nella terza giornata di sfilate parigine, la ricerca di linee per la moda maschile totalmente diverse dalle precedenti di Angelo Flaccavento |
Tags: Helmut Lang, Hedi Slimane, Thom Browne, Kenzo, Marras, Miharayasuhiro, Demeulemeester, Dior Homme, Maison Margiela, Dunhill, Damir Doma, Hermés, Raf Simons
Nella moda, di un designer come di un'epoca, cos' è che riassume tutto, che sintetizza, che si incide per sempre nella carne viva dell'immaginario collettivo, una volta che l'accidentalità superflua dei particolari e gli impercettibili cambiamenti di superficie sono passati? La silhouette. Silhouette intesa come linea e contorno; silhouette come distillato di uno stile. Nella moda maschile, almeno fino ad ora, ha dominato una silhouette smilza, asciutta, le cui radici risalgono ai lontani anni 90. È una linea che parte dal rimpianto Helmut Lang, passa per l'ancor più rimpianto Hedi Slimane e arriva oggi, in versione estrema e consapevolmente ridicolizzata, a Thom Browne. Gli altri, molti, sono epigoni. Qualcosa però sta cambiando, e profondamente. Mai come in queste ultime stagioni emergono infatti, con prepotenza, voci alternative: frammentarie, ma tutte tese a ridisegnare la sagoma dell'uomo. A Parigi questa ricerca insistita di nuove vie è assai evidente, ma è ancora presto per dire quando e come il fermento quaglierà.
La terza giornata di sfilate si apre in quel piccolo gioiello urbanistico che è place de Victoires, nel cuore del secondo arrondissement. È qui che da sempre si trova la boutique Kenzo, ed è in boutique che Antonio Marras porta la filata, per festeggiare con un simbolico ritorno a casa i quarant'anni della griffe. L'uomo Kenzo, nella visione di Marras, è un sognatore urbano coi piedi piantati per terra e la testa tra le nuvole, e questa terza prova, ispirata a Jaques Tati, lo conferma in modo convincente. I pantaloni larghi e corti e i sopra piccoli tratteggiano una sagoma goffa e affascinate, mentre il continuo andirivieni di pattern – quadretti e plaid, in particolare – arrangiati in sapienti mismatch sottolinea e accentua la vaga surrealtà della ricetta. Marras è uno che il romanticismo al maschile lo sa fare bene, ma alla fine di tutto una domanda sorge spontanea: esiste un uomo così nel mondo là fuori che non sia un fashionista fatto e finito? E se c'è, dov'è?
Il giapponese Miharayasuhiro, subito dopo, torna sul tema, centrale nel suo lavoro, dell'ibrido di forme e del morphing sartoriale. Nelle sue mani capaci tutti i pezzi, anche i più semplici, si caricano di dettagli inattesi – la tasca sul petto cha incide il rever, una pince inattesa, i quadri del cappotto che si distorcono in preda ad una interferenza visiva – senza perdere di concretezza. Yasuhiro sperimenta guardando al mondo reale: è un visionario pragmatico, come solo i giapponesi sanno essere, e per questo lo amiamo. Anche Ann Demeulemeester è una visionaria, ma di tutt'altra natura: nordica, sublime. Persino quando abbandona il nero per il beige, e la linea accostata per quelle morbida, Ann of Antwerp, come la chiamano gli americani, non rinuncia al goticismo di fondo. I suoi uomini pallidi ed esangui sono e restano dei vampiri, persino quando giocano a fare i gentiluomini di campagna. Portano la cappa al posto del cappotto, e sotto la giacca di pelo mettono il boa di piume: glam e dark vanno a braccetto, e il bello è tutto lì.
Che dire invece dei ragazzetti imberbi e scarmigliati di Dior Homme? Pallide e dimenticabili figurine, fanno rimpiangere il momento d'oro della griffe. Kris Van Assche è un designer di talento, ma tecnico: sa fare la bella giacca, il bel cappotto, ma intorno a questi non riesce a costruire un mondo, una storia che davvero prenda, e senza quelli, oggi, non si va lontano. Il carbone è il tema di questa ultima collezione, fatta di cappotti lunghi a vestaglia, di abiti smilzi – il core business Dior Homme – e giacche con il rever che diventa sciarpa, in una palette di neri, grigi e mastice. Il design è preciso, e i pezzi ben sviluppati, ma lo show, ripetitivo fino alla nausea, rende inefficace il già labile messaggio.
Dopo il grigio e il formale in salsa concettuale della Maison Margiela, e il guardaroba smilzo e lussuoso da viaggiatore cosmopolita di Kim Jones per Dunhill, è la volta di Damir Doma, il profeta delle proporzioni estreme, avvolgenti, voluminose. Croato, già assistente di Raf Simons, Doma è diventato in poche stagioni uno dei nomi caldi del calendario, come conferma lo stuolo crescente di groupies che si accalca all'ingresso dei suoi show. Semplicità e volume sono i punti saldi della sua ricerca, caratterizzata da un tono calmo, compassato, quasi claustrale. Questa nuova prova non deroga dalle precedenti: i cappotti sono immensi, ma privi di bottoni, le maglie sembrano tuniche e il sarong, di tweed jacquard, sostituisce i pantaloni – la gonna da uomo è un topos ricorrente di quasi tutte le collezioni. L'effetto è estremo, ma Doma ha un suo credo estetico, e una forte identità, e questo lo porterà lontano.
Dopo il lusso decontratto di Hermés, così sommesso e sottotono da rischiare di sparire, in passerella, non fosse per le fodere arancio acceso di certe giacche, la giornata termina da Raf Simons con un sonoro bang sartoriale. Di nuovo in grande forma, Simons lavora su una idea semplice – strisce di velcro e bottoni automatici, funzionali e decorativi insieme, su abiti formali e pezzi sportivi – che con un guizzo dei suoi rende dirompente. La silhouette accostata al corpo si apre all'improvviso in volumi inattesi – un parka ritagliato come un bustino, un rimasuglio di trench che fa gonna – con un effetto grafico di nuovo costruttivismo. Simons inventa un guardaroba modulare come una scatola di Lego, e lo fa ricorrendo ad una sorprendente economia di mezzi. Ancora una volta, di meno è di più, perché i grandi lavorano sempre in sottrazione, anche quando aggiungono.
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