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STILERibelle o perfettino:i due volti dell'uomo Sulle passerelle milanesi confronto a distanza tra due culture opposte nel menswear di Angelo Flaccavento |
Tags: metrosexual, sfilate milanesi, Bottega Veneta, Tomas Maier, Gianfranco Ferrè, Aquilano, Rimondi, Roberto Cavalli, Massimiliano Giornetti, Ferragamo, Vivienne Westwood, Malcolm McLaren, Neil Barrett, Giuliano Fujiwara, Masataka Matsumura, Prada, Rem Koolhaas
Ormai è certo: l'uomo tutto d'un pezzo è andato in frantumi, travolto dal ciclone metrosexual e dal suo portato di vanità liberata, nuovo culto di sé e accettazione del lato debole. Adesso che però anche il metrosexual è una figura storicizzata e messa al palo, urge un ricambio nell'iconografia maschile. Certo, le battute di inizio del nuovo decennio sono troppo brevi e frammentarie per dare segnali chiari in tal senso, ma qualcosa già si muove.
Il secondo giorno di sfilate milanesi, ad esempio, offre in tal senso due modelli molto precisi, opposti l'uno all'altro ma di peso identico: da un lato il ribelle, sempreverde e di incrollabile appeal nella sua opposizione, in fondo inutile, ma proprio per questo incrollabile, alle regole della società borghese; dall'altro il perfettino, leccato, pulito e inamidato come piacerebbe alla mamma.
Sono teddy boys e rockers da milioni di dollari quelli che compaiono, a sorpresa e di buon mattino, sulla passerella molto chic e molto aspirational di Bottega Veneta by Tomas Maier. Calzano creepers de luxe dalla suola spessa, e hanno i capelli pettinati con il boccolo a banana ma, per il resto, dei loro progenitori proletari non conservano proprio più nulla. Del resto, cosa vuol dire ribellarsi oggi? Ha ancore senso parlare di ribellione? O basta nascondere il lusso sotto una apparenza ruvida per giocare a quelli che vanno controcorrente? È quel che succede da Bottega, e l'effetto è a tratti convincente – belli i pezzi di cotone lavato nei colori preziosi e densi delle gemme, ispirati al workwear, e belle anche le giacche doppiopetto dalle proporzioni a scatola; le marsine di broccato e le redingote acciaccate sembrano proprio fuori luogo, in una maison del genere, o se non altro esigerebbero una interpretazione meno scolastica e letterale.
Da Gianfranco Ferrè Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, dopo un paio di stagioni spese a immaginare ragazzetti imberbi dalla androginia marcata, tornano a disegnare l'uomo come un maschio, e lo fanno con una decisione militaresca che a tratti dà i brividi. Il modello, qui, è l'eleganza pomposa e spavaldamente autosufficiente inventata dall'architetto Ferrè in persona, fatta di precisione maniacale – abito, camicia e cravatta tutti dello stesso tessuto, ad esempio – e tocchi di lusso selvaggio – abbonda la pelliccia, soprattutto nei lunghi gilet che foderano i pastrani della Gestapo chiusi in vita da sottili cinture di cuoio. Non manca il tocco new wave che di Aquilano Rimondi è diventato una sigla, ma si avverte una certa forzatura, senza dire che la domanda vera rimane insoluta: chi mai si vestirà così?
Il ribelle di Roberto Cavalli, un po' punk con i resti di un microkilt che decorano i pantaloni, un po'ragazzo di Eaton con la giacca regimental ma fatta di pelle, è così compiaciuto nel suo giocare con i cliché della controcultura che di essere un facinoroso dello stile non ci crede neanche lui: si diverte a far la rockstar maledetta, e gli basta così.
Massimiliano Giornetti, designer di Ferragamo, esplora a sorpresa territori nuovi, che sanno di pampa e di prateria, e convince proponendo un uomo che mantiene la propria proverbiale eleganza, ma che è più libero e rilassato che mai: al cappotto magari preferisce una sciarpa-poncho, e ai grigi di città i toni organici e terrosi dell'outdoor selvaggio e incontaminato.
Dopo il caos di Vivienne Westwood, i cui momenti migliori rinverdiscono memorie di tempi gloriosi, quelli della fase Buffalo e della collaborazione con Malcolm McLaren, vengono il nero e il grigio rattrappiti di Neil Barrett, tra punk e mod, con le spille badge della stessa stoffa della giacca e il cappottino così stratto da sembrare una marsina.
Da Giuliano Fujiwara il designer Masataka Matsumura dà, ancora una volta, una ottima prova di sé, confermandosi uno dei nomi di maggiore interesse nel calendario milanese, per quanto il sua lavoro e la sua estetica facciano presa solo sulla nicchia. Lavorando su un mismatch di proporzioni estreme – giubbotti di pelle cortissimi, maglioni spessi come cotte e lunghi, pantaloni così larghi da sembrare gonne di samurai – Mastumura fornisce un punto di vista visionario sul tipico modo di vestire, modulare e adattabile, degli abitanti delle metropoli, dimostrando che invenzione e concretezza non sono categorie opposte, e che bastano indipendenza creativa e decisione per amalgamarle.
La giornata si chiude da Prada (guarda il video della sfilata) con un gruppo di giovinetti troppo lindi e troppo puliti per non prendersi l'etichetta di perfettini, anche se a ben guardare la loro perfezione è un po' storta e tanto imperfetta. Si muovono in un set che è la riproduzione – non letterale, ma alla Rem Koolhaas – di una metropoli, e prediligono completini cammello e giacche blu spesse e striminzite, che indossano su camicie azzurre e maglie girocollo ancora più striminzite, che lasciano scoperta la vita; i pantaloni hanno l'orlo svasato, le scarpe la punta quadrata. Altrimenti, sono cappottini corti e napoleonici, con il collo di maglia e la martingala, di cammello o pvc nero da maniaco, che fanno tanto pensare ad Alex in Arancia Meccanica. Il messaggio, in ogni caso, è chiaro: un tocco di anni 70, ma non troppo pesante, e pezzi basici. Insomma, questa è una collezione pensata per vendere. Se la signora del concetto si converte alla semplicità diretta, c'è di che meditare sui tempi che corrono.
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