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Milano Moda uomoIl ritorno, un po' futurista, della natura selvaggiaIn passerella il richiamo del primitivo passa dalla tundra di Zegna e dalla Sicilia di Dolce&Gabbana di Angelo Flaccavento |
Tags: Avatar, Marni, Ermenegildo Zegna, C.P. Company, Ennio Capasa, Costume National, Dolce & Gabbana, Sicilia, Jil Sander, Raf Simons, Giorgio Armani, Emporio, Burberry Prorsum, Les Hommes
È strano. Mentre il mondo celebra l'avvento della più assoluta virtualità, la riduzione delle dinamiche cognitive e comunicative all'immaterialità riproducibile all'infinito dell'icona, e in fine il trionfo imperioso del sex appeal dell'inorganico – per citare un saggio seminale del filosofo Mario Perniola – avanzano con decisione spinte contrarie che puntano dritto in direzione di una riscoperta della natura selvaggia e sublime. Sono in fondo le stesse pulsioni che emergono in un film, criticabile certo, e pieno di cliché, ma non privo di una certa pregnanza, come Avatar di James Cameron. Qui il mondo parallelo, guarda caso, non è finto, asettico, asessuato appunto, ma al contrario selvaggio, se non addirittura primitivo, come a dire che adesso che la dicotomia natura/artificio è diventata obsoleta, la massima aspirazione per il virtuale è riprodurre alla perfezione il naturale, ma nella sua condizione primigenia pre-progresso.
La lunga digressione ci serve ad introdurre la prima giornata delle sfilate milanesi della moda uomo per l'inverno 2010/11. Molti i nomi in calendario, ciascuno con il suo stile e il suo verbo, ma tutti accomunati da un desiderio: la fuga nella natura selvaggia, o qualcosa di addomesticato ma vagamente simile; una natura nuova, altra, nella quale anche gli abiti diventano organismi viventi. Da Marni i cappottini squadrati e spessi di lana tecnica grigia, le camicie imbottite e i pantaloni che richiamano l'abbigliamento dello sci d'antan hanno un sapore scandinavo, che fa pensare a foreste innevate, a freddi pungenti che purificano l'aria e l'anima. Da Ermenegildo Zegna il sottotesto è montano, di una freddezza quasi siderale: si esprime nella gamma pura di grigi e blu acciaio che caratterizzano abiti classici ma dalla vestibilità asciutta, che esige un corpo tonico e scattante indipendentemente dall'età. Al freddo delle tundre fanno poi pensare i cappotti di shearling con ampio sfondo-piega posteriore – il vecchio caro montone, qui come altrove, torna in gran voga, ma non è più quello pesante ed esibizionista degli anni 80 – così come le camicie, di maglia, con cravatta, non più stretta, in pendant.
Alla seconda prova da C.P. Company, Wallace Faulds punta tutto sulla ricerca dei materiali, lasciando alle forme la semplicità utilitarista che si associa al marchio. Dall'incontro tra il cittadino metropolitano e il gentleman di campagna nasce un guardaroba stratificato nel quale blouson, piumini, parka e field iacket hanno la meglio, le nuance, sempre arrangiate in giochi di mismatch e degradè, vanno dall'asfalto al fango, e i tessuti non sono mai come sembrano: quelli naturali hanno una mano tecnica e quelli artificiali un aspetto naturale, perché contraddire le apparenze è uno dei vantaggi concessi a chi è capace di usare le moderne tecnologie con piglio visionario.
Organico e inorganico sono i due poli dichiarati della ricerca di Ennio Capasa per Costume National, che utilizza l'agugliatura e altre tecniche di morphing tessile per unire maglia e tessuto in uno stesso pezzo senza soluzione di continuità e creare abiti dalla vitalità quasi biologica, che mutano d'aspetto col cambiare del punto di vista, e che catturano nella trama stessa del tessuto la necessità di costante adattamento richiesta dagli ambienti e dalla vita contemporanea. L'immagine, in una infinità di sfumature di grigio, è quella del viaggiatore urbano su cui Capasa punta ormai da tempo, ma l'effetto è fresco, vitale. Da Dolce & Gabbana il richiamo della natura non porta nella foresta, ma dritto in Sicilia, a casa, in una Bagheria postbellica e polverosa, popolata di mezzadri in abiti di velluto, canotta e mutandoni, e signori in smoking. Nessuna sfumatura: ricco e povero, altolocato e terragno si fronteggiano vis a vis, perché la Trinacria non è terra di mezzi toni, ma di bagliori violenti e tenebre profonde.
Da Jil Sander, Raf Simons conferma la propria vocazione di futurista della sartoria. Gli abiti affilati convincono per la precisione intonsa del taglio, che disegna una silhouette angolosa e grafica, mentre i caban con applicazioni funzionali dal profilo stondato – tasche e martingale a metà strada tra I Flintstones e Star Trek – hanno un che di forzato e poco armonico, così come i piumini girocollo dal volumi astratti ed esagerati. Giorgio Armani, nella collezione Emporio, punta sugli abiti, fascianti al limite della radiografia, con giacche piccole e corte e pantaloni secondapelle, immaginando un uomo vanesio e dannatamente body-conscious. Le declinazioni sono infinite, ma ci manca un po' quel soft tailoring che solo Re Giorgio sa fare senza rinunciare a seduzione e sensualità. Fuggiti la stagione scorsa dal collegio, gli orfanelli imberbi di Burberry Prorsum si ritrovano adesso nella steppa, o comunque in mezzo alla neve, ma si riparano dal freddo indossando la camicia di jeans sotto spessi pastrani militari, doppiopetto e con bottoni bruniti, o giubbotti di montone dai colli multipli, ai piedi pesanti stivali wellington, ma fatti anche quelli di montone. Il mix di romanticismo e ruvidezza è esteticamente accattivante, ma ripetitivo. La giornata si chiude da Les Hommes tra lane grezze, bagliori metallici ed echi forse troppo insistenti del lavoro di certi modernisti del men's wear – Slimane e Pilati in primis – che fanno più male che bene. Guardare al lavoro dei grandi è buona cosa, ma far parte per se stessi è sempre la scelta vincente.
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