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ICONEHappy birthday,carissima Twiggy La National Portrait Gallery omaggia i 60 anni della più celebre modella degli anni favolosi Sixties di Marta Casadei |
Tags: Twiggy, Kate Moss, Mary Quant
Nella moda (e non solo) c'è un prima e c'è un dopo. E lo spartiacque è lei, che gli amici chiamavano "stecchino" e che quel soprannome, Twiggy, se lo è portato dietro da quando aveva sedici anni. Oggi ne compie sessanta e, congiunture cabalistiche a parte, quella che fu definita dal Daily Express "Volto del 1966", da tutti riconosciuta come la capostipite delle top model (c'è chi dice che Kate Moss sia la sua erede), fa ancora parlare di sé. Forte di un'immagine che ha condizionato l'iconografia femminile tanto da cambiarla in maniera decisiva per i decenni a venire.
L'ante-Twiggy veste Dior: donne dalle curve morbide, dal punto vita stretto e dalla femminilità prorompente che negli anni Cinquanta spopolava, da Cinecittà a Hollywood. Il poi, invece, è un viso adolescenziale – quando Lesley Hornby, questo il suo vero nome, fu scoperta da Nigel Davies nel sobborgo londinese di Neasden aveva solo 16 anni – ornato da piccole efelidi e da un paio di occhi azzurri da cerbiatto, inconfondibilmente marcati di nero.
Twiggy, capelli cortissimi e dorati, sguardo profondo e innocente, fisico asciutto e minuto, spazza via le anonime mannequin senza nemmeno sorridere. Il suo broncio fanciullesco conquista copertine su copertine e, complice la minigonna di Mary Quant, stilista-cult che sceglie proprio lei come testimonial, si impone come "la modella".
Da shampista nei sobborghi diventa icona della Swinging London, simbolo della generazione che ascolta i Beatles (Paul Mc Cartney scriverà per lei la canzone "Back in the Urss") e i Rolling Stones, cercando di liberarsi dalla morsa delle convenzioni sociali. Che indossi un maglione lavorato jacquard o un completo sportivo giallo canarino, un miniabito fuxia o un cappotto rosso, Twiggy si identifica con la moda, contesa da stilisti e fotografi come Avedon, Meisel, Beaton. Rappresenta una femminilità meno esplicita e quindi più indipendente. E ha carattere: il suo potere, mediatico e iconico, non rimane confinato a passerelle e set fotografici che abbandona a favore di quelli cinematografici. Con maggiore successo rispetto a quanto non abbiano fatto le sue eredi negli anni Novanta, lei canta (tra i suoi successi, "Twiggy" e "Get my name right") e recita (debutta nel 1971 nel cast di "The Boyfriend" di Ken Russell", vincendo due Golden globe). Non si nega le apparizioni in tv: negli anni Settanta le viene addirittura cucito addosso un programma il cui titolo - ça va sans dir – è proprio il suo nome.
Il sessantesimo compleanno l'ex icona lo festeggia in grande stile: la National Portrait Gallery di Londra le dedica l'esposizione "Twiggy: a life in photographs". La mostra, in allestimento fino al 21 marzo 2010, si snoda attraverso gli scatti di grandi fotografi come Barry Lategan, Ronal Traeger, Annie Leibovitz e riflette, nella carriera della supertop, l'evoluzione stessa dello stile. Le celebrazioni non finiscono qui: "Gotta sing, gotta dance" è il titolo dell'album che Twiggy ha pubblicato con la Stage Door Records. Cinquantasette minuti per ripercorrere i grandi successi degli anni Trenta e Quaranta. In copertina, lei: stesso broncio infantile, stessi occhi azzurri. Twiggy, in fondo, non passa mai di moda.
www.npg.org.uk
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