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Parigi, Giorno 1Da Yves Saint-Laurent arriva l'«hobo»Le morbidezze di Stefano Pilati per la nuova versione chic del nomade urbano di Angelo Flaccavento |
Tags: Stefano Pilati, YSL
«Non cerchiamo la perfezione» dice, al clou di un breve ma significativo sketch, il protagonista - un bambino, insolente e romantico, i capelli lunghi e arruffati, i modi da rockstar in erba - del cortometraggio in bianco e nero di Samuel Bencherit che ieri sera ha introdotto la mini-sfilata di YSL, ospitata come sempre nel palazzetto scuro e patrizio di Rue D'Artois che è la sede della maison, e che nella luce protratta di una tiepida serata di inizio estate pareva meno tetro e soffocante del solito. Il protagonista recita la frase leggendola casualmente da un libro, disteso sul letto della camera d'albergo, vuota, nella quale si è furtivamente introdotto, mentre parla al telefono con una perfetta sconosciuta, in un esilarante qui pro quo. Poco dopo, il film termina, e la storia si tronca.
Da qualche stagione Stefano Pilati ha scelto il medium cinematografico – arte del tempo esattamente come un fashion show – per sostenere e dare profondità al proprio non sempre semplice messaggio. Questa è però la prima volta che l'esperimento pare davvero riuscito, perché non privo di una rinfrancante dose di humour, elemento in genere assente nel verboso fraseggio YSL. Dopo gli astrattismi pretenziosi e un po' goffi del passato, ecco finalmente un lavoro che, pur del tutto slegato dalla collezione, ne introduce con leggerezza e pregnanza l'atmosfera, senza per questo risultare didascalico o descrittivo. La chiave è tutta in quella frase: non cerchiamo la perfezione. Un po' come il wabi-sabi: niente dura, niente è finito, niente è perfetto.
Tenendo a mente questo adagio, o qualcosa di simile, Stefano Pilati porta in atelier le stratificazioni e le morbidezze tipiche del vestire urbano, insieme a tutte le imperfezioni della vita vera, e rilegge, rompendone la compattezza, la grammatica della sartoria maschile. Le sue giacche, adesso, hanno i lembi sfuggenti come marsine, e si indossano con lunghe maglie dal sapore post-etnico, mentre i pantaloni, sempre voluminosi, si arrestano bruscamente al polpaccio, o sfiorano terra. I soprabiti dai volumi generosi vanno sulle camicie strette, mentre anche il doppiopetto perde la rigidità impettita che gli è propria. Il mismatch di pezzi, di pesi e di lunghezze è continuo, ma la palette organica di fango, grigi e non-colori, con massicce dosi di nero, assicura omogeneità. L'uomo nuovo di YSL, a guardarlo bene, è un nomade urbano, o un hobo de luxe: uno che all'occorrenza dorme anche per strada, e nei vestiti che indossa. L'idea è azzeccata, visti i tempi, ma non certo originale: designer come Rick Owens e Ann Demeulemeester ne sono araldi di lunga data. L'esecuzione, poi, lascia a desiderare: il passaggio dell'uomo YSL dallo chic all'underground, iniziato la stagione scorsa, diventa adesso frettoloso, e non si compie a dovere. Le evoluzioni linguistiche, del resto, richiedono tempo, e un gran numero di prove ed errori, senza dimenticare che, cose si diceva, alla fine niente è perfetto.
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