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Il nuovo minimalismo di Undercover

Lo show di Jun Takahashi ha aperto il carosello stagionale della moda uomo per la primavera-estate 2010

di Angelo Flaccavento

Rating:
5.0
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Tags: Jun Takahashi, Dieter Rams




«Questo è il momento giusto per liberarsi del superfluo e riscoprire il necessario» dice Jun Takahashi, il designer giapponese, mente e motore del progetto Undercover – marchio di abbigliamento fulcro di numerose attività collaterali, oggetto di un vero e proprio culto da parte di fan ed iniziati – che ieri sera a Firenze ha aperto il carosello stagionale della moda uomo per la primavera-estate 2010 con una suggestiva sfilata ambientata intorno al laghetto dell'isola, nel cuore segreto e misterioso del Giardino di Boboli, seguita da una performance live durante la quale il designer ha creato dal vivo un enorme e sinistro peluche.

In una atmosfera sospesa e quasi irreale, al suono secco di un riverberare di bleep elettronici, Takahashi – trent'anni o poco più racchiusi in un metro e sessanta di energia zen e pacifismo punk – ha sorpreso tutti con uno show di inattesa purezza e complicatissima semplicità, intitolato Less But Better e ispirato al lavoro dell'industrial designer tedesco Dieter Rams. Messi da parte gli eccessi – di concetto, e non solo – che ce lo hanno fatto tanto amare in passato, Takahashi, per questa sua prima vera sfilata da uomo, ha esplorato, a modo suo, il design in sottrazione e la chiarezza della linea, arrivando in fine a tratteggiare una inedita quanto deflagrante versione del funzionalismo: onirica, a tratti astratta, fatta di linee essenziali, materiali ipertecnologici – termoregolanti, superleggeri, ad alta performance, sempre dal bagliore metallico e sintetico – e dettagli visionari – un barometro-tachimetro sul petto, la martingala posteriore che si fa manico, trasformando la giacca in una sacca, le scarpe stringate fatte di plastica trasparente, con valigetta porta-computer in pendant. Ad accentuare la svolta, la palette a scansione progressiva: apertura eterea in bianco e grigio chiaro, e conclusione nottura in nero, con un passaggio terragno di verde militare giusto nel mezzo.
Tanta concentrazione, tanta enfasi semplificatrice non hanno mancato di lasciare interdetti, o addirittura insoddisfatti, parecchi spettatori, ma è solo perché Jun Takahashi non conosce, come ogni inventore che si rispetti, mezze misure, e quando imbocca una strada la percorre tutta, fino in fondo, con una caparbietà che non lascia spazio a compromessi. L'enfasi sulla bellezza della forma unita alla bellezza della funzione, al contrario, ci è parsa di quanto mai attuale e necessaria, in questo momento di confusione assoluta e debordante cacofonia, estetica e non solo. Del resto, non c'è niente di più complicato della semplicità, e niente di più rumoroso della purezza. Il motto di Undercover, in questo senso, parla chiaro: facciamo rumore, non vestiti!

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