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Parigi, Giorno 3Sartorialità e borchie, pluralismo alla franceseDa Watanabe a Galliano, in passerella contrasti di toni duri e delicati, barocchismi e linearità di Angelo Flaccavento |
Tags: Parigi, Thom Browne
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Parigi: Comme des Garçons, Galliano, Riccardo Tisci per Givenchy, Watanabe, Van Assche |
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Parigi: Miyake, Vuitton, Gaultier, Ungaro, Van Noten, Mabille |
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Sarà che avevano le colonie, sarà che hanno una tradizione di immigrazione alquanto antica e radicata. Una cosa è certa: i francesi sanno il significato della parola pluralismo. In ogni campo, moda inclusa. Nessuna capitale del fashion system ha un coro così ricco e composito di voci – tutte diverse, tutte individuali, ma tutte ugualmente forti – come Parigi. Lo si è visto con chiarezza nella seconda giornata di sfilate per l'estate 2010: un vero mosaico di proposte. Lontano dalla monotonia che impera altrove, l'uomo nuovo che emerge dalle passerelle parigine ha personalità multiple, e guardaroba in pendant: non è uno, ma tanti. Come dire, vive la difference!
Apre la giornata Junya Watanabe. L'occhialuto e timido protetto di Rei Kawakubo è in mood Riviera Francese anni 50, il che vuol dire che il solito pacifico attacco ai canoni del vestire occidentale – un attacco/rilettura fatto di proporzioni tarate su un calibro cerebrale ma dai tratti cartoon, e di bizzarro funzionalismo – assume questa volta un tono molto chic, distinto e nonchalant, cum grano salis. Il gioco è chiaro fin dal primo look: giacca a quadri, con le tasche a toppa, pantaloni bianchi che si arrestano bruscamente a mezz'asta, e poi camicia a righe, cache-col – accessorio che ormai pareva relegato al repertorio dei dandy di provincia – e berretto, il tutto in un mismatch esilarante di pattern e colori delicatissimi. Qui e lì ai pantaloni si sostituiscono i jeans, o i bermuda, mentre la giacca guadagna il cappuccio, e la camicia diventa un mosaico di stoffe. Il tema, però, è quello, e le variazioni, se ci si passa il gioco di parole, non variano più di tanto, sicché l'effetto finale, per via di repetitio, da incalzante diventa monotono. Watanabe, insieme a Thom Browne, è uno dei designer che hanno dato il vestito nuovo all'uomo Peter Pan: questa collezione è l'ennesimo capitolo della saga, forse non ricco di novità, ma di sicuro rinfrancante nella sua eleganza garbata e nostalgica.
Dopo il punk indù e un po' vudù di Blaak, è la volta dei sensazionali guerrieri urbani di Rick Owens, nascosti e protetti da una infinità di strati, sempre affilati, compositi, ad angoli acuti: spolverino, top, canotta, bermuda, grembiule, e poi scarpe-scultura dall'effetto deformante. Owens lavora con maestria sugli intarsi, introducendo il blu del denim scolorito e trattato all'acido in una palette a prevalenza bianca e nera, e legge il guardaroba del nomade metropolitano con la visionarietà concreta che gli è propria, tra aderenza al presente e prefigurazioni di un medioevo prossimo venturo. Per palati forti, certo, ma si sa, i grandi non optano mai per le mezze misure.
Da Walter Von Beirendonck, il designer belga che da anni conduce una lotta a spron battuto contro ogni tipo di luogo comune e di stereotipo, è una vera celebrazione del colore e del corpo debordante, con tanto di cast di soli orsi (gli anti-cloni gay: non palestrati, pelosi e barbuti, taglia minima la 52) e di giacche di cellophane pastello, cargo anatomici e maglie vitaminiche. Da buon belga, Van Beirendonck è un concettuale, anche se del tipo lisergico: degli abiti gli interessa più il cotè del messaggio, che quello della vendibilità. Per il fatturato, del resto, bastano le sneakers multicolor, oggetti di immediata lettura, e di sicuro successo.
Kris Van Assche, anche lui belga, è di tutt'altro pensiero: ama la linea sottile. Di recente, però, qualcosa è cambiato: ha abbandonato le secchezze e i formalismi post-Slimane per abbracciare una morbidezza leggera, dal sapore nomade. Il ripensamento gli fa bene, e il messaggio, da che era secco, si smussa, raggiungendo finalmente il cuore senza perdere di incisività. Di moda senz'anima, oggi, non c'è proprio bisogno.
Da Comme des Garçons è tempo di patchwork e di esotismo alla turca, tra strisce di tessuti sgargianti, frac, pantaloni a cavallo basso e piccoli grembiuli-gonnella, mentre Jean-Paul Knott, da Cerruti, opta per un fraseggio leggero, avvolgente, a base di grigio e di morbidezze sapienti che eliminano ogni costrizione, anche nell'abito formale, senza rinunciare alla costruzione.
L'uomo di Riccardo Tisci per Givenchy, invece, non ha nulla di delicato. Al contrario, è un duro, un thug, anche quando si veste di bianco dalla testa ai piedi, con l'abito smilzo, per non parlare naturalmente delle borchie, della maglia di metallo e degli anelli tirapugni alle mani. In sole tre stagioni, Tisci ha trovato la propria sigla, e generato un culto nei modaioli più insaziabili. Il suo linguaggio è forte, militaresco anche, ma iconograficamente si nutre di contrasti – il pathos mediterreno e la sbruffoneria dell'hip hop, in primis – che lo rendono contemporaneo e includente, per quanto drammatico. Tisci, inoltre, riesce a parlare ad un uditorio specifico: quello dei giovani uomini che fino a pochi anni fa vestivano street, ma che all'abito da bancario non si convertiranno mai. L'intuizione non è da poco. Adesso, la sicurezza con cui mescola hip hop, dark e decorativismo mediorientale lo conferma cavallo di razza.
Al confronto, il gran teatro messo su da John Galliano in un set sensazionale – una vecchia piscina abbandonata, coperta di graffiti – appare un po' ridondante. Colpa, come sempre, dello styling baraccone, che offusca per via di eccessi – questa stagione sono napoleonici, ieri magari erano elisabettiani, ma poco cambia – una serie di pezzi di grande design, nascosti sotto trucco improbabile e trovate da avanspettacolo.
E poi, alla fine della lunghissima giornata, arriva Raf Simons, e stende tutti a colpi di classicismo ripensato, a forza di abiti formali – i grandi assenti di un gran numero di passerelle – e di sartoria. Gli basta portare pince e cuciture all'esterno, lavorare su intarsi a effetto inside-out, o anche solo togliere due bottoni al doppiopetto per creare il nuovo, senza sforzo. Per la prima volta, Simons si prova anche, in maniera massiccia, con la pelle e il cuoio, ma la cosa non sembra riuscirgli appieno. Poco importa, la collezione lascia il segno. Ci vuole fegato ad essere così individualisti da decidere che è tempo di cambiare, di crescere, anche a costo di deludere i fan della prima ora. Raf Simons di coraggio ne ha da vendere.
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