Parigi, Giorno 2

Esotismo, ottimismo e ode alla giungla d'asfalto

Papillon anche sul costume per Mabille, i mosaici di Miyake, giallo tecnico per Vuitton

di Angelo Flaccavento

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Tags: Chanel




Non tutto è perduto. A Milano dominava un'atmosfera attendista e cinicamente rinunciataria: il forzato realismo dei tempi di crisi spinta. Ma a Parigi, dove le sfilate della moda uomo per l'estate 2010 sono appena iniziate, c'è ancora ottimismo nell'aria. I parterre, per quanto ridotti, non sono deserti, e la voglia di farsi sorprendere è tanta. Soprattutto, abbondano i groupies, i giovanissimi e scalmanati fan – dai look spesso improbabili: mai visti tanti uomini sui tacchi a spillo, tutti insieme – che, con le loro ossessioni e indefesse dedizioni alla causa di questo o quel designer, tengono ancora in qualche modo vivo il sistema. Se non ci fossero questi, e altri, modaioli incalliti, pazzi che continuano ad aver voglia di sperimentare, l'intero circo, francamente, sarebbe quasi privo di senso. Ma così non è, e la voglia di moda, in giro, è ancora tanta.

La giornata comincia deliziosamente, in ogni senso, con l'esilarante show ancient regime, con tanto di speaker e look numerati, di Alexis Mabille, il giovane neo-couturier cui si deve lo sdoganamento, alcuni anni or sono, del papillon. Per la sua prima sfilata dedicata solo all'uomo, Mabille, che ha finora presentato collezioni unisex nel calendario della couture, sceglie come teatro una vera istituzione: Angelina, il salone de thè al 226 di rue de Rivoli, fondato nel 1903. La cornice svolazzante e molto parigina è perfetta per una collezione rococò e assolutamente parigina, dedicata ad un dandy un po' sciamannato il cui mantra è "lo stile per prima cosa": ha un fiocchetto-papillon persino sul costume da bagno, indossa il cardigan al posto della giacca, e la vestaglia-kimono sui pantaloni di felpa matelassé, mentre ai piedi calza esclusivamente Converse, ma ricamate. L'esecuzione è tecnicamente perfetta – se Lagerfeld cercasse un braccio destro per Chanel uomo, dovrebbe proprio guardare a Mabille – con quel tanto di humour che non guasta. Un po' frou frou a tanto Cage au folles, ma di spensieratezza frivola ogni tanto c'è bisogno.

Da Issey Miyake i protagonisti sono i mosaici: piatti, in forma di tinture dense, o 3d, a patchwork, intensamente tattili. Dai Fujiwara, direttore creativo della maison, guarda ai colori e all'artigianato della Turchia, ma pensa anche al workwear, e fa centro con quella verve trasversale che è tipica dei giapponesi, riportando finalmente l'uomo Miyake sotto i riflettori. Tutto è morbido, decontratto, e accompagna il movimento, mentre subito dopo da Hugo, la linea branchè di casa Boss, è la geometria secca dei tagli, il rigore attanagliante dei grafismi – sottili righe orizzontali, anche sui pantaloni, intarsi di tessuti – a dominare. Ispirato dai paesaggi marini di Wolfgang Uhlig, Bruno Pieters esplora lo chic nautico, a modo suo, con una severità militaresca che non di rado risulta alienante. Non a caso, i pezzi più convincenti sono quelli morbidi – spolverini leggeri, camicie senza collo, shorts generosi – perché gli effetti di sartoria costruttivista – vedi alla voce bolero e giacche-armatura – appaiono un po' forzati per filtrare davvero nel mondo reale.

Dopo le trasparenze di Juun J., con le sue giacche-marsina ai raggi X, da Louis Vuitton l'ottimismo arriva nella forma di una nota calda di giallo, con la quale si apre la sfilata: il giallo di postini e messenger, cui Paul Helbers, men's studio director, sostiene di essersi ispirato. La collezione è un'ode alla giungla d'asfalto: persino la passerella, ricoperta di silicio nero, ricorda la strada di una metropoli sotto il sole cocente. Helbers mescola abbigliamento tecnico e formale, sperimenta intarsi di materiali che seguono le forme del corpo creando degradè di colore – belle la sezione verde militare, meno convincenti le iridescenze da ali di farfalla – e propone una via stimolante al funzionalismo, lontana dallo sportswear, così come dal tecnicismo esagerato: decontratta, e chic, in una maniera molto secca. Gli accessori, in particolare le stringate pailletè, aggiungono una nota sberluccicante, che si fa tecnica nelle scarpe di camoscio col tallone fluorescente tipo sneaker.

Dopo i colorini e le smancerie di Gaspard Yurkievich, Jean-Paul Gaultier conferma che anche un enfant terrible ormai cresciutello conserva qualche colpo in canna. Certo, il repertorio è quello conosciuto: uomini in gonna, giubbotti di jeans trasformati in bustini, scarpe trasparenti e via provocando. Questa volta però nell'aria c'è una certa linearità modernista, una certa voglia di futurismo dai colori forti e pieni, che appare fresca, e regala un sorriso. Da Ungaro è tempo di flamenco, e Dries Van Noten si conferma maestro indiscusso della via esotica all'eleganza. Nessuno riesce a mescolare stampe e motivi con tanta leggerezza: nelle sue mani disegni africani, motivi cravatta e tartan convivono nello stesso insieme senza nemmeno lontanamente sfiorare la cacofonia. È un vir delicatus, e anche molto pensoso, quello immaginato da Van Noten per la prossima estate: viaggia senza muoversi, portando addosso, nelle stoffe, i segni di culture lontane, resi astratti dal taglio pulito degli abiti, le cui forme, morbide, arrotondate, ricordano gli anni 50, e ci esaltano.
La giornata termina nell'underground di Julius, misconosciuto ma influente designer giapponese cui molti guardano in questo momento – lui l'hobo lo fa da sempre, da quando Pilati e compagnia si muovevano altrove. Un tempo alfiere del nero più nero che c'è, adesso il nostro eroe si dà al bianco totale, senza rinunciare alle stratificazioni, torsioni e mummificazioni che sono il suo forte. L'effetto è paradossalmente ottimista, con quel tanto di desertico e di esotico che non guasta in questi tempi così duri.

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