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Parigi, ultimo giornoLa moda alla ricerca dell'essenza maschileBilancio delle passerelle: fra tocchi rock e cupezze, si vuole tornare all'uomo "vero" di Angelo Flaccavento |
Tags: Kris Van Assche
Le sfilate parigine per l'estate 2010 si chiudono con una certezza: l'uomo nuovo ha voglia di ritrovare la propria essenza, di sbarazzarsi del superfluo. I modi sono i più diversi, come si addice al nostro presente frammentato e indicizzato, ma rispondono tutti al medesimo bisogno: cambiamento, evoluzione, ricerca di qualcosa di vero.
Da Lanvin, la magica coppia Alber Elbaz-Lucas Ossendrjiver conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che gli originali si possono sempre arrogare il diritto dell'inversione a U e della sterzata improvvisa: sono loro a guidare la ciurma, e peggio per gli imitatori se non riescono a stargli dietro. Così, mentre il mondo si getta sullo chic da orfanello, tutto pigiamini acciaccati, rasi lavati e pagliette da spaventapasseri, che è stato, a grandi linee, l'esprit di Lanvin fino solo alla stagione scorsa, i due vanno giù di rock e di nero, ed esplorano, a modo, loro, la linea dura. Il cambiamento è chiaro fin dall'attacco: abito scuro, con maniche tagliate via – quello del senza maniche è un mega-trend massiccio e trasversale, quanto inspiegabile – e pantaloni larghi. La silhouette è decisa, con la vita segnata; niente papillon in vista, solo cravatte sottili, mentre le copiatissime ginniche bicolori sono rimpiazzate da stivaletti di cuoio nero. D'Annunzio o Joris Karl Hysmans, pace all'anima loro, per andare ad un concerto di death metal scandinavo sarebbero di certo passati da Lanvin a rifarsi il look, e lo avrebbero pure completato con la buffa visiera che, insieme ai baffetti alla Errol Flynn, ha accessoriato l'intero il defilè. Nonostante tutto l'abbondare di cupezze, e l'apparizione di un completino camicia-bermuda di pelle nera, la collezione però, a ben guardare, è Lanvin al cento per cento, e mantiene quella nota frivola, un po' femme e tanto rococò, che ha reso il marchio uno dei più amati in assoluto dai modaioli. Lo confermano i top pailletè, così come gli spolverini svolazzanti di taffetas, e i completi a micro-disegnature arrangiate in studiatissimi mismatch. Elbaz e Osserdrjiver si confermano dotati di una sincronia rara con lo zeitgeist, ma anche della capacità vincente di rinnovare il proprio repertorio senza perdere di riconoscibilità.
Anche da Dior Homme è tempo di cambiamento, ma la direzione è quella opposta: da strutturato al soft. Dopo alcune stagioni di incertezza, Kris Van Assche sembra avere finalmente trovato la propria strada. Designer essenzialmente tecnico, sfrutta al meglio le capacità uniche degli atelier Dior, e costruisce l'intera collezione, se ci si passa il calembour, sulla decostruzione della giacca: qui trasparenze sapienti rivelano il virtuosismo della realizzazione, lì un pannello termina con la cimosa del tessuto, con un effetto di non-finito; dappertutto è una leggerezza secca e calibrata a dominare, sottolineata dalla scelta di soli non colori, nero e beige in primis. Van Assche porta da Dior la stessa leggerezza della propria linea eponima, distillandola. La svolta ricorda forse troppo da vicino il lavoro di altri designer belgi, ma è sicuramente da apprezzare, se non altro per coerenza. Una maggiore concisione, in sfilata, avrebbe giovato, ma sono questioni di lana caprina.
Dopo il classico con twist di Paul Smith, incrollabilmente fedele a se stesso una collezione dopo l'altra, il tourbillon termina con le tute spersonalizzanti e le mummie da rave party di Romain Kremer: roba da club kid, più che da uomini veri. O forse no. Che si possa ritrovar se stessi e riconciliarsi col mondo anche ballando fino allo sfinimento nel più underground dei club?
La risposta al prossimo giro.
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