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Parigi, giorno 4I venti del deserto soffiano sulle passerelleDa Kenzo ad Hermès è l'ora di relax africano, colori delle dune, serenità chic di Angelo Flaccavento |
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In tempi di grande crisi materiale, vuole l'adagio, lo spirito ritorna protagonista. La moda, naturalmente, non è immune dal fenomeno. Forse per questo motivo, le collezioni per l'estate 2010 sono piene di echi desertici, di richiami a luoghi caldi e disabitati nei quali la solitudine diventa invito a ritrovare se stessi, in una dimensione più umana e vera. Il culmine di questo trend, fatto di non colori organici e forme misteriose, allungate, scivolate, è arrivato a Parigi nella quarta giornata di sfilate.
La sabbia è la protagonista della bella prova di Antonio Marras per Kenzo. Sabbia che domina, in varie sfumature, la palette dei colori; sabbia vera che viene versata da enormi bottiglioni, azionati dal movimento di una ingegnosa quanto semplicissima carrucola, sulla passerella. Marras è un cantastorie: i vestiti, per lui, sono elementi di una narrazione, sempre emotiva, emozionante. A questo giro, la storia è ambientata in Africa, nel Sahara, ed è popolata di esploratori-avventurieri vestiti di giacchette decostruite e pantaloni dal cavallo basso, di maglie allungate e spolverini leggeri. Captando nell'aria un secondo, massiccio trend, il militare, Marras lo butta sapientemente nel calderone, sicché il camouflage conquista la ribalta, in versione stampa, acquoso, oppure a patchwork, materico; intanto il nylon, usato per i pezzi più sportivi, aggiunge una necessaria nota tecnico-utilitaristica, senza per questo che si arrivi al techno. Funzionalismo e anima, chiaramente, possono fare il paio,
Ancora camouflage, ma carnevalesco e circense, da Bernhard Willhem, mentre da Mihara Yasuhiro è la fluidità leggera di giacche-cappotto e lunghe camicie-tunica a regalare una sfumatura desertica, esotica ad una collezione concentrata, per quanto un po' monocorde, nella quale serenità lunare e concretezza metropolitana si aggrovigliano senza soluzione di continuità in un ibrido affascinante.
Ann Demeulemeester, la regina belga del rock poetico, è una che lavora in continuità. Da lei non si va per essere sorpresi, ma per vedere le sottili evoluzioni di un linguaggio ben strutturato ma inafferrabile, che ancora, dopo vent'anni di onorata carriera, non ha perso un grammo di forza. Ecco allora gli amati bianco e nero, insieme a varie sfumature di beige; ecco le forme morbide e i dettagli post-hippie, come le sottilissime trecce di crine che si intravedono al collo sotto le giacche. Di nuovo, questa volta, c'è una certa ricerca di concentrata linearità, di serica fluidità, espressa in una serie di lunghe vestaglie di raso, genere pugile, dal fascino sonnambulo. Il resto sono quisquilie.
Damir Doma, belga anche lui, ma giovanissimo e in fulminea ascesa, dopo un paio di stagioni di stratificazioni pesanti – le stesse che adesso in molti stanno copiando – sceglie con saggezza la via della semplificazione, ed esplora le possibilità del volume oversize e del colore. I bomber extralarge, gli spolverini svolazzanti e i pantaloni multi-pince, soprattutto quelli in una intensa, e tentante, nota di rosso, sono tra le cose migliori viste in giro questa stagione.
Da Dunhill, l'enfant terible Kim Jones prova di non essere poi così enfant, e nemmeno tanto terible: è l'abito, impeccabile e morbido, il suo editto di stagione, preciso e classico come la maison Dunhill comanda, col twist appena percettibile della spilla-penna sul taschino.
Nessun twist, ma molto chic, da Hermès, in un trionfo di non-colori organici e rilassatezza nonchalant. Qui, anche il seersucker, verde militare o ardesia, perde ogni nota nautica, e il deserto diventa il nuovo miraggio dello stile.
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