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MostreSogni e battaglie nel corpo delle donneAl Metropolitan Museum di New York inaugura "Model as muse", che ripercorre gli ultimi cinquant'anni della bellezza di Angelo Flaccavento |
Tags: New York, Marc Jacobs, Kate Moss
Che relazione esiste tra corpo e abito? Chi influenza cosa? Qual è il verso in cui gira la corrente? Domande oziose dalle risposte prevedibili, forse. O forse no. È vero infatti che il corpo si evolve lentamente, mentre le mode cambiano, spesso rapidamente e quasi sempre imprevedibilmente. Ma è altrettanto vero che anche i corpi cambiano, si trasformano, seguendo le vie imperscrutabili della genetica, che dà sostanza somatica alle influenze esterne. I corpi determinano il mutare delle fogge vestimentarie almeno quanto ne vengono determinati, in una dinamica di scambio reciproco più ingarbugliata dell'annosa questione uovo-gallina. Le fogge fiorite del New Look post-bellico, ad esempio, sono frutto dell'ottimismo e della spensieratezza che portò, di lì a breve, al baby boom, o nascono da una considerazione attenta della statuaria, e artificiosa, femminilità dell'epoca? Beh, un po' tutte e due, perché senza le une, le altre non avrebbero avuto alcuna ragion d'essere. Allo stesso modo le geometrie scattanti del modernismo anni 60 e dello stile radical che accompagnò il nascere della controcultura e della youthquake non sono affatto avulse dall'emergere di un nuovo tipo fisico: giovane e nervoso, in plateale, testarda opposizione alle curve e morbidezze delle mamme.
Il topless inventato da Rudi Gernreich, del resto, era pensato per una figura allampanata, androgina e asessuata come quella dell'istrionica Peggy Moffit, sua musa e portavoce, non per la maggiorata di turno. Il progredire dell'emancipazione femminile, negli anni 70, condusse all'esplosione del corpo bionico, alla negazione di ogni umana finitudine, all'affermarsi di modelli irraggiungibili – vedi alla voce supermodels – mentre, in parallelo, dilagava una moda fatta solo di spalle e potere. Il grunge e il minimalismo, nel decennio successivo, riportarono i canoni sulla terra ferma, scegliendo non di rado la via del bello peculiare che sconfina nel brutto, mentre il guardaroba abbandonava il cartoon, e Dinasty, per riconquistare i confini della realtà. I corpi, così, si son fatti sempre più magri ed emaciati, aprendo infine la strada alla totale confusione di generi che domina oggi, nell'epoca dei trasformers e delle identità fluide, delle mascolinità dai tratti femminei – metrosexual? – e della femminilità ossuta, secca, per nulla materna. Il rapporto corpo-abito, a ben guardare, è allora più aggrovigliato di un'elica di Dna. Perché a complicare il tutto, poi, si aggiunge il potere debordante dell'immagine – intesa come riproduzione/rappresentazione – capace di cementare in maniera imperitura l'iconografia du jour, portando corpi e vestiti dalla sfera materiale all'empireo dell'immateriale.
Il percorso tra i decenni è meglio evidenziato dalla sola figura che il cambiamento lo catalizza, dirige e rappresenta: la modella.
Non manichini viventi, bensì personaggi e interpreti capaci di dare corpo e sostanza al vestito, donne come Dovima o Suzy Parker, Veruscka o Penelope Tree, Jerry Hall o Linda Evangelista hanno condensato lo zeitgeist in un gesto, lo stile in un carattere somatico, sfondando la barriera del tempo. Alla figura della modella-musa è adesso dedicata la mostra "The model as a muse: embodying fashion", al Costume Institute del Metropolitan Museum di New York dal 6 maggio al 9 agosto. Curata da Harol Koda, e preceduta, la sera del 4 maggio, da un gala organizzato da Marc Jacobs insieme a Kate Moss, Justin Timberlake e Anna Wintour, l'esposizione è un mosaico composito di abiti, foto e proiezioni, e beneficia di uno spettacolare allestimento curato da John Myhre, e di istallazioni ad hic dell'head artist Julien D'Ys. Tra pezzi spettacolari e editoriali memorabili, si snocciolano cinquant'anni di storia recente, dal ‘47 al ‘97: anni di cambiamenti profondi e frivole rivoluzioni che hanno trasformato per sempre la rappresentazione, e la figura, della donna. Un'appendice è dedicata alle infermiere di Richard Prince per Louis Vuitton (estate 2008), provocatoriamente prive di volto.
In conclusione, una domanda sorge spontanea. Oggi forse manca una modella che esprima davvero lo spirito, e il corpo, dei tempi. Meglio, ce ne sono tante, ma nessuna davvero memorabile. Sarà forse perché anche la moda ha perso l'appeal iconico, la capacità di riflettere la realtà e scardinarla? O sarà che è il momento della frammentazione impazzita, del melting pot accelerato, del tutto va bene? Chissà. Non sempre è facile vedere le cose mentre ci si sta in mezzo. La risposta tra cinquant'anni, o poco più.
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