Intervista

Carlo Pignatelli: «La mia ricetta anticrisi? Non lavorare a Milano»

Lo stilista-sarto si racconta fra calcio, aperture in Cina e smoking di pitone

di Chiara Beghelli

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Tags: Carlo Pignatelli, Pechino, Shanghai, Torino, Milano



Non sembra davvero una collezione da crisi, la nuova Outside di Carlo Pignatelli. Pellicce di volpe argentata colorate di indaco, camicie di lamè dorato, giacche di prezioso pitone birmano come se piovesse, luccicanti bracciali da stivale. L'ispirazione stavolta viene dagli States di Dallas e di Las Vegas, un po' meno "polite" rispetto all'ultima ondata bon ton firmata Obama e molto diversa dallo stile da cerimonia per cui lo stilista - nato a Latiano, in provincia di Brindisi nel 1944 - è conosciuto e amato da 40 anni. Nel giugno scorso, per celebrare questo importante compleanno, L'Uomo Vogue ha pubblicato "The Style and the Elegance", un volume in edizione limitata con un centinaio di scatti di Michel Comte, Steven Klein, Paolo Roversi, Mario Testino e Bruce Weber che hanno raccontato lo stile Pignatelli. Per la moda, però, questo non è un momento dei più rosei: Pignatelli lo sa, e con il suo tipico piglio non se ne fa spaventare. Per lui, anzi, la crisi può far scaturire interessanti innovazioni.

Signor Pignatelli, qual è la sua ricetta anti-crisi?
Innanzitutto diciamo la verità: la crisi non la sentono tutti. Il made in Italy, quello tradizionale e sartoriale, resiste bene. Per quanto mi riguarda io mi concentro, non voglio fare tutto. Mi ricordo che sono un sarto e che mi piace fare cose belle e nuove ricerche, come il nuovo smoking di pitone birmano lavorato come fosse cachemire. Dalla parte dei clienti, si eviterà di comprare dieci giacche e se ne acquisterà magari solo una, ma di qualità certa.
I suoi abiti sono venduti in tutto il mondo, eppure ha definito la sua azienda "una grande sartoria"…
Sì, la mia azienda è artigianale. Ho 150 persone che lavorano con me e che danno vita proprio a una grande sartoria, dove tutto viene fatto a mano, dai ricami alle ribattute allo stiro. Sto cercando di tramandare la tradizione sartoriale anche ai giovani che lavorano con me e che seguo personalmente. E grazie a questa alchimia la mia azienda cresce del 3-4% annuo.
Lei ha declinato la sua proposta in 17 marchi. L'ultimo riguarda l'arredamento per la casa. Le interesserebbe espandersi ancora di più?
Guardi, io apprezzo tutti, ma ognuno ha il suo stile, la sua strategia per far fruttare il proprio marchio. Diciamo che ognuno insegue il suo mercato. Io, però, sono contento non avere grandi produzioni all'estero, di non vendere giacche a 150 euro, di non godere di una grande distribuzione.
Però il suo marchio è distribuito in 16 boutique e 500 punti vendita in tutto il mondo. E a novembre ha aperto il suo primo monomarca a Pechino, nel Jinbao Place…
I cinesi apprezzano molto il made in Italy, vogliono quello, e non è assolutamente vero che il loro senso del lusso è arretrato. Nei prossimi mesi ci sarà un'inaugurazione anche a Shanghai. Però noi selezioniamo con attenzione dove aprire: ad esempio, in America non ci siamo, perché lì, per quanto riguarda gli abiti da cerimonia, è tradizione noleggiarli, non acquistarli. E a noi questo mercato non interessa. Invece stiamo per aprire in Canada, ad Atene e in Russia.
Lei ha firmato le divise ufficiali di molte squadre di calcio, come la Juventus e la Roma. Ma cosa pensa dei calciatori che diventano testimonial dei brand di moda, come Beckham e Kakà per Giorgio Armani?
All'inizio per me il calcio è stato un grande veicolo di pubblicità. Pensi che solo dopo aver realizzato le divise per la Roma abbiamo aperto nella Capitale negozi, outlet e punti vendita. Non c'è dubbio, i calciatori sono i migliori ambasciatori della moda, e quello fra il calcio e lo stile è un rapporto fondamentale da coltivare.
La sua prima sfilata fu a Torino nel 1980. Solo nel 1993 è arrivato al "Milano Collezioni Uomo" di allora. Perché ha snobbato la capitale italiana della moda per tanto tempo?
Le racconto un segreto: io ero arrivato a Torino nel 1966 per fare l'operaio alla Fiat, solo dopo ho cambiato strada. Torino mi ha dato tanto, e arrivare a Milano è stata una grande sfida. Però a Milano non mi sono voluto mai trasferire, perché qui si corre il pericolo di industrializzarsi. La grande sartorialità resta a Torino, e poi la qualità dei miei collaboratori non la potrei mai trovare a Milano.
E che cosa fa quando non lavora?
Quando sono a Torino lavoro e sto casa, vado a fare la spesa, mi piace cucinare. Altrimenti mi piace molto viaggiare. Ho finito da poco di costruire una casa ai piedi delle Ande, nel nord dell'Argentina, dove vado con i miei amici.

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