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STILEL'uomo undergrounddi Yves Saint Laurent Apre Parigi e Stefano Pilati azzecca una collezione dalle nuove proporzioni. Strutturate e voluminose di Angelo Flaccavento |
Tags: Yves Saint Laurent, Stefano Pilati
16, rue d'Artois, una stradina nascosta nel cuore snob dell'ottavo arrondissement: la sede di Yves Saint Laurent è qui. Un palazzetto patrizio, scuro e impenetrabile, che ieri sera, in occasione della piccola sfilata-evento riservata alla sola élite modaiola, appariva ancora più scuro e impenetrabile. Buio pesto sulla facciata, all'ingresso, sulle scale e nella minuscola sala al primo piano. A rischiararlo, solo deboli faretti rossi, e candele dall'intenso odore di paraffina. Rosso vivo pure le seggiole imbottite; per il resto nero profondo, dal pavimento allo sfondo.
In questa atmosfera tra l'equivoco e il sinistro, Stefano Pilati ha svelato al mondo il nuovo verbo maschile secondo Ysl, senza rinunciare al dramma e alla pompa, ma con una economia di mezzi – dovuta forse ai tempi, forse ad una saggia scelta di poetica – che gli ha enormemente giovato, rivelandolo in forma smagliante. Un breve video di Inez Van Lamsweerde e Vinoodh Matadin ha preceduto la sfilata: protagonista Michael Pitt, il bel maledetto con la faccia da bamboccio di "Last Days" di Gus Van Sant e "The dreamers" di Bertolucci, nonché di "Dawson's Creek". Lo sguardo fisso in macchina, l'espressione intensa, Pitt, costantemente in primo piano, nei tre minuti scarsi di bianco e nero filmico non fa che contorcersi, mentre una voce femminile declama, roca e suadente, versi spezzati che descrivono pelle e abiti. Nel buio pesto della saletta, l'effetto è seducente.
Altrettanto seducenti, subito dopo, sono i vestiti della collezione: ventuno silhouette in tutto, e tutte giuste, in una palette senza compromessi di neri e di grigi, con una sciabordata solitaria di blu Klein. Pilati, concentrato come non mai, lavora con rigore su forma e struttura, ripensando le proporzioni. I cappotti a scatola, così, hanno le spalle minuscole e gli orli sfuggenti, mentre i giacconi militareschi sono larghi, oversize; i pantaloni, dalle pince profonde, si fermano a metà polpaccio, disegnando una figura tutta nuova, o sfiorano il pavimento.
Tutto è rigido, strutturato e voluminoso, ma niente sa di esercizio da passerella: c'è qualcosa di underground e di vero nell'aria, di new wave e di hip hop, che finalmente convince, e che rende questi look, per quanto estremi, plausibili anche nel mondo reale. Addosso a uomini per nulla convenzionali certo – artisti, magari, o rockstar – ma comunque veri. L'era del tutto stretto, delle aderenze inverosimili, nel frattempo, pare volgere definitivamente al termine. Ad esser sinceri, era proprio ora.
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