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stileOmaggio alle trasgressioni di Stephen SprouseArriva da Rizzoli Usa una monografia che celebra il re del punk glamour di Cristiana Raffa |
Tags: Stephen Sprouse, Debby Harry, Bowery, New York, Vivienne Westwood, Factory, Warhol, Patricia Field, Sex and the City, Madonna, Iggy Pop, Mick Jagger, Courtney Love, David Bowie, Marc Jacobs, Louis Vuitton, Rizzoli
Esce "The Stephen Sprouse Book", una monografia edita da Rizzoli Usa, e curata da Roger e Mauricio Padilha col contributo della famiglia e di molte celebrità che hanno conosciuto e amato il re del Punk-Glamour.
Stephen Sprouse ha costruito la sua carriera sfidando i concetti di stile convenzionali. Cerimoniere dell'unione tra moda uptown ed estetiche downtown, era un creativo puro e sapeva giocare con i mezzi espressivi. Aveva iniziato alla fine degli anni '70 disegnando gli abiti di scena della cantante Debby Harry, sua amica e coinquilina nel bilocale sulla Bowery. Nel 1984, in una delle prime performance dal vivo, aveva messo sul palcoscenico la transessuale Valkyrie, incorniciata da un'esplosione di Day-Glo. New York non aveva mai visto niente del genere prima. Solo a Londra Vivienne Westwood e Malcolm McLaren facevano qualcosa di analogo, ma probabilmente con più fiuto per gli affari. Stephen era un'avanguardia del suo tempo, un figlio della Factory di Warhol dove faceva sfilare le sue modelle, grande amico di Keith Haring con cui condivideva la passione per il segno grafico.
Alto, magro, occhi azzurri dietro al lungo ciuffo, aveva l'aspetto di un'altezzosa e dissoluta rock star. Il suo era un mondo di grandi tele stampate, di tessuti argentati, di strappi e colore, un mondo dove c'era spazio solo per l'arte. Negli affari non era un genio: prossimo all'apice della carriera, era caduto in una voragine economica e fu costretto a svendere le sue creazioni.
È noto come Patricia Field, ancora lontana dai fasti di "Sex and the City", fosse lì ad arraffare per pochi soldi i pezzi che poi avrebbe fatto pagare cari nella sua boutique. Ma Sprouse era già un personaggio amato dallo star system e alla cadute si susseguivano le risalite. Jhonny Depp, Madonna, Iggy Pop, Mick Jagger, Courtney Love, David Bowie, tra i suoi fan più accaniti. Poteva disegnare costumi per il New York City Ballet o creare sfilate in cui modelli cadevano sputando sangue finto: gli abiti per lui erano sempre costumi di scena. In Wooster Street aprì una boutique-emporio in una vecchia caserma dei pompieri, l'inaugurazione fu un happening passato alla storia. Nel 2000 Marc Jacobs lo invitò a Parigi per collaborare: una notte al Ritz, davanti alla tv accesa su un canale morto, gli venne l'idea delle stampe a forma di rosa, che divenne la sua firma per Louis Vuitton. Poi arrivarono le celebri sverniciate pop e le borse Vuitton cambiarono veste: edizioni limitate andate a ruba. Iniziò a starsene sempre più rintanato. Tre pacchetti di sigarette al giorno per una vita intera gli spezzarono definitivamente il fiato nel 2004, a 51 anni. Nel libro di Rizzoli sono raccolte sue immagini inedite e lavori di Andy Warhol, Patrick DeMarchelier, Francesco Scavullo, Greg Gorman, Matadin, Max Vadukul e molti altri.
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