Moda uomo

Parigi, un finale pieno
di punti interrogativi

Da Lanvin a Hermès le sfilate mostrano uno scontro tra il classico e la sua negazione

di Angelo Flaccavento



Le sfilate della moda uomo si sono chiuse domenica a Parigi lasciando più interrogativi che risposte. Il finale è aperto, l'azione si frantuma in mille rivoli. È un momento di grande confusione, o forse meglio di contraddizioni che coesistono. Da un lato c'è il classico, non di rado parossistico e assurdamente fedele alla linea, dall'altro la sua totale e nichilista negazione. In mezzo, ibridi, sovrapposizioni e mille e una variazioni sul tema che dall'uno conducono all'altro. La scena è popolata da una miriade di figure.

L'ELEGANZA LEGGERA DI LANVIN. L'uomo garbato di Lanvin, ad esempio, è di una eleganza che tocca il cuore, ma conserva la leggerezza acerba di un bambino: il suo essere chic, così, è una qualità vera, svagata, non odiosa affettazione. Porta la sciarpa annodata di lato, svolazzante, e i pantaloni, lenti e lunghi, infilati negli scarponi; le sue giacche sono di maglia, o di stoffa, ma leggere e svuotate come un cardigan; su tutto, butta il cappotto largo, col piegone sulla schiena, e affronta il mondo a testa alta. È ottimista, con un fondo malinconico; delicato senza essere sdolcinato, ed è per questo che ci piace: incarna bene le debolezze dell'uomo contemporaneo, e le estetizza, ma senza compiacimento. Di stagione in stagione, la magnifica coppia Lucas Ossendrjiver-Alber Elbaz – designer il primo, direttore artistico il secondo – continua a perfezionare la ricetta maschile di casa Lanvin, e lo fa a suon di colori densi e materie preziose, di lavorazioni certosine e nonchalance, di leggerezza ciancicata e sofisticazione, di maschile che si tinge di femminile. Cercare la novità a tutti i costi, qui, non serve a nulla: la formula funziona, e si evolve lentamente; è sempre diversa pur rimanendo sempre la stessa, ed è forse questa consistenza e continuità che ne ha decretato l'immediato ed enorme successo.

LA FORMULA "PIGRA" DI DIOR HOMME. Dove invece la formula non funziona proprio più, purtroppo, è da Dior Homme: a riempire il vuoto lasciato da Hedi Slimane, nonostante tutto, Kris Van Assche non ci riesce. Mentre però le scorse stagioni si era percepito lo sforzo, se non altro il tentativo, di sondare nuove strade per lasciare il proprio segno, in questa collezione Van Assche ci è apparso pigro, rinunciatario. Troppo facile, da Dior, tempio del nero e della sartoria affilata, limitare la proposta ad una teoria di abiti smilzi, cappottini affilati e camicie bianche; troppo facile giocare con spigoli e grafismi, e buttare nel mix una serie di magliette oversize. Ci vorrebbe un'impennata, un'intemperanza, o magari solo un po' di personalità per rinverdire davvero la formula senza farla diventare uno stucchevole cliché. Certo, per il discepolo indossare le scarpe del maestro è sempre un rischio; con le pressioni che un marchio come Dior si porta dietro, poi, è un'impresa a dir poco da titani.

L'ESSENZA BRITISH DI DUNHILL. Da Dunhill, augusta e storica istituzione britannica, è invece tempo di rilancio: Kim Jones è il designer cui è stato affidato il compito, e la scelta, visti i risultati, non poteva essere più azzeccata. Solo un inglese, per quanto folle e squinternato, può comprendere davvero l'essenza di un marchio inglese, e stravolgerla. Jones, messa da parte la vena sport-visionaria che lo ha reso famoso giusto pochi anni fa, porta da Dunhill precisione e freschezza, taglia nuovi e proporzioni ricalibrate, pur mantenendo la qualità su un livello di sublime eccellenza bespoke. Il risultato è una collezione concisa ed efficace, che parla chiaro senza troppi fronzoli. Belle le maglie a intarsio e le giacche ricche di dettagli sottili; belli gli accessori come le clip-orologio e le penne; perfetta l'alternanza tra rigore e rilassatezza. Certo, è presto per gridare al miracolo, ma la partenza è quella giusta.

CONVINCENTE DEBUTTO DI MARRAS DA KENZO. Anche da KenzoAntonio Marras debutta bene: inietta una sana dose di romanticismo passionario nel men's wear della maison, alternativo e multiculturale per questioni di dna, e fa centro guardando alla Russia dei costruttivisti e di Majakovskij. Il passepartout urbano, qui, è la maglia, e il guardaroba si fa scattante e dinamico, ma pieno di poesia.

IL COLORE FORMALE DI HERMÈS. Da Hermès, tempio del classico e del lusso, il colore fa una improvvisa quanto sorprendente comparsa in una collezione per il resto molto classica, mentre da Raf Simons, a sorpresa, è tempo di formale. Sì, proprio così: formale. La partenza spiazza: abiti impeccabili, con tanto di camicia bianca e cravatta, e cappotto cammello. Ben presto, però, cominciano a comparire gli elementi di disturbo: maniche di altro colore e di altro materiale, scarpe da running al posto delle solite stringate, e una serie di coprispalle di neoprene - rimasugli di clubwear, souvenir di svaghi tecno. Simons ha una abilità unica nel trasformare la moda in un esercizio interrogativo, e anche questa volta ci riesce: i suoi broker pronti per il rave ci spiazzano e ci impensieriscono non poco, costringendoci a disegnare nuovi scenari mentali.

GIVENCHY-FETISH, GALLIANO TEATRALE. Da Givenchy, invece, lo scenario è sempre quello: un po' fetish, e pesantemente militare. Sotto lo styling eccessivo, però, qualche bel pezzo – i giacconi in particolare – emerge. Anche a John Galliano l'eccesso di teatro giova poco, perché nasconde lo studio attento delle forme, e l'ibrido intelligente tra formale e sport.

URBAN-STYLE PER OWENS E RUVIDEZZA PER WATANABE. Ben più stimolanti, allora, gli strati urbani e neo-barbari, in nero e quasi-neri, di Rick Owens, e soprattutto le ruvidezze caccia e pesca di Junya Watanabe. La poesia, per questo giapponese silenzioso e visionario, può essere anche solo una giacca reversibile: gilet multitasche da un lato, formale dall'altro. In fondo, lo diciamo sempre, nella moda uomo il nuovo è un fatto di dettagli, di sottigliezze. La moda che fa titolo, che scandalizza e che urla, invece, è vecchia come il cucco.

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