|
| ![]() |
stileClassico assurdo contro rock sbruffoneTerza giornata di contrasti accentuati sulle passerelle di Milano moda uomo di Angelo Flaccavento |
Tags: Frida Giannini , Gucci, Sprouse, Richmond, Versace, Etro, Moschino, McQueen, Dell'Acqua, Marni, Moncler, Thom Browne
Le sfilate milanesi per l'inverno 2009 proseguono all'insegna dei contrasti. Da una parte il classico, tanto estremo e compito da rasentare l'assurdo, dall'altro il rock, tutto borchie, catene, pelle e sbruffoneria. Frida Giannini da Gucci sceglie la seconda via, e pure con una certa enfasi. Nel buio pesto del teatrino specchiato di Viale Piave manda in passerella un'orda di ragazzini secchi e allampanati vestiti di giubbotti di pelle striminziti, pantaloni con le pinces ma stretti al fondo – immancabile la catena col moschettone – o jeans spalmati a effetto gomma, e creepers – le scarpe rockabilly con la suola alta – di vernice bicolore. Gli abiti, grigi e angolosi, sono indossati con camiciole neo-geo e cravatte strette, magari maculate, mentre sullo smoking, rivisto ad arte, ci finisce la pelliccia da scimmione, o il parka di vernice lucida come la plastica di un sacco della spazzatura. Un look tutto punte e clangori, che forse parrà l'epitome del nuovo nel sistema estetico di Gucci, nonché a tutti i nati dopo il 1985, ma che poi tanto nuovo non è. Agli inizi degli 80, quando la new wave fermentava sulle ceneri nichiliste del punk e l'edonismo reaganiano era un concetto ancora nebuloso – da lì a poco, certo, il decennio avrebbe rapidamente preso la china dell'eccesso e dello sperpero per cui è tristemente noto, ma questa è un'altra storia – ci si vestiva esattamente così, ma tutto era più spontaneo e sincero; più sporco, ma anche più vero, perché frutto d'istinto, non di un accurato e diabolico piano di marketing. La Giannini, questo va detto a suo onore, coglie nell'aria la nostalgia diffusa di un momento seminale e irripetibile, e la interpreta come meglio può, strizzando l'occhio alla musica e allo stile dei nuovi gruppetti underground, e forse, di sguincio, anche al lavoro del grande e compianto Stephen Sprouse, il designer che vestì Blondie e la trasformò in icona, e che attualmente è oggetto di una retrospettiva da Deitch Project a New York, e di un bel libro monografico edito da Rizzoli International. L'intuizione, a conti fatti, è giusta, ma ancora una volta manca l'anima, la vitalità.
Per uno di quei paradossi che solo la moda riesce a offrire, il nuovo corso di Gucci è, mutatis mutandis, pericolosamente vicino alla ricetta che John Richmond, l'inglese che per passatempo suona la chitarra elettrica, sostiene da sempre. Questa volta le catene e i teschi del passato non ci sono, grazie al cielo, ma Richmond al rock non rinuncia proprio, fosse solo per le strizzatine d'occhio all'underground britannico del periodo post-punk. Insomma, il revival anni 80, in un modo o nell'altro, continua prepotente. Anche Donatella Versace ne resta vittima. Al rock e al punk, però, lei, preferisce il funk – quello di Prince, autore della martellante colonna sonora in anteprima mondiale – e un certo superomismo plasticoso che, francamente, avremmo preferito dimenticare. La novità, qui, è la scelta del monocromo – si parte in bianco e si finisce in nero, passando per grigio, cammello e blu petrolio – ma la trovata non cancella l'effetto dejà-vu, perché la citazione è una cosa, il calco un'altra, e i lunghi cappotti dalle spalle importanti, i giubbotti scolpiti e via discorrendo sanno proprio di calco.
Altrove, è l'aplomb inglese a regnare sovrano. L'uomo di Etro, come sempre classico con twist, questa stagione ha un debole per il rosso, e per i motivi simultanei alla Sonia Delaunay; sotto il cappotto, lungo invariabilmente al polpaccio, porta sempre il panciotto, mentre la montatura degli occhiali, grossi, da secchione, è ricoperta di maglia a grossi punti. Da Moschino sono englishmen in bombetta, paradossali e chic, nei loro gessati fotocopiati, come un quadro di Magritte, mentre da Alexander McQueen, in strepitosa forma, è la volta di sartoria cockney e atmosfere vittoriane, di eleganza e violenza. McQueen, ragazzo dell'East End cresciuto alla scuola di Savile Row, sa come mescolare alto e basso, brutto ceffo ed elegantone, Jack Lo Squartatore e dandy gangster, e taglia abiti perfetti, ma carichi di una vena disturbante. Meno stratificate, ma altrettanto efficaci, sono le armi usate da Alessando Dell'Acqua, che col suo uomo, sofisticato e svelto nei trench cammello coi dettagli di gros elastico, nelle maglie lunghe e i pantaloni corti e affusolati, si candida, in maniera convincente, a riempire il vuoto lasciato da Halmut Lang. Da Marni la sintassi del vestire maschile viene riletta con sottigliezza, giocando sui tagli e sulle texture, perché anche il minimalismo può essere ludico, e il sussurro è sempre meglio dell'urlo. Da Moncler Gamme Blue, in fine, Thom Browne debutta alla grande, portando nel mondo a volte becero del piumino la sua sintassi assurdista e le sue proporzioni interrogative. Non mancano le trovate, come lo smoking imbottito e il piumino con lo strascico, ma, divertissement a parte, il business, qui, è serissimo, e per una volta invenzione e cassetto si riconciliano.
pagina 1 di 1
|
||
| gallery | blog | |
| archivio notizie | archivio speciali | |
| titoli | tags | |
|
||
| Yoox | MyPrestigium | |
