stile

Classico assurdo contro rock sbruffone

Terza giornata di contrasti accentuati sulle passerelle di Milano moda uomo

di Angelo Flaccavento



Le sfilate milanesi per l'inverno 2009 proseguono all'insegna dei contrasti. Da una parte il classico, tanto estremo e compito da rasentare l'assurdo, dall'altro il rock, tutto borchie, catene, pelle e sbruffoneria. Frida Giannini da Gucci sceglie la seconda via, e pure con una certa enfasi. Nel buio pesto del teatrino specchiato di Viale Piave manda in passerella un'orda di ragazzini secchi e allampanati vestiti di giubbotti di pelle striminziti, pantaloni con le pinces ma stretti al fondo – immancabile la catena col moschettone – o jeans spalmati a effetto gomma, e creepers – le scarpe rockabilly con la suola alta – di vernice bicolore. Gli abiti, grigi e angolosi, sono indossati con camiciole neo-geo e cravatte strette, magari maculate, mentre sullo smoking, rivisto ad arte, ci finisce la pelliccia da scimmione, o il parka di vernice lucida come la plastica di un sacco della spazzatura. Un look tutto punte e clangori, che forse parrà l'epitome del nuovo nel sistema estetico di Gucci, nonché a tutti i nati dopo il 1985, ma che poi tanto nuovo non è. Agli inizi degli 80, quando la new wave fermentava sulle ceneri nichiliste del punk e l'edonismo reaganiano era un concetto ancora nebuloso – da lì a poco, certo, il decennio avrebbe rapidamente preso la china dell'eccesso e dello sperpero per cui è tristemente noto, ma questa è un'altra storia – ci si vestiva esattamente così, ma tutto era più spontaneo e sincero; più sporco, ma anche più vero, perché frutto d'istinto, non di un accurato e diabolico piano di marketing. La Giannini, questo va detto a suo onore, coglie nell'aria la nostalgia diffusa di un momento seminale e irripetibile, e la interpreta come meglio può, strizzando l'occhio alla musica e allo stile dei nuovi gruppetti underground, e forse, di sguincio, anche al lavoro del grande e compianto Stephen Sprouse, il designer che vestì Blondie e la trasformò in icona, e che attualmente è oggetto di una retrospettiva da Deitch Project a New York, e di un bel libro monografico edito da Rizzoli International. L'intuizione, a conti fatti, è giusta, ma ancora una volta manca l'anima, la vitalità.
Per uno di quei paradossi che solo la moda riesce a offrire, il nuovo corso di Gucci è, mutatis mutandis, pericolosamente vicino alla ricetta che John Richmond, l'inglese che per passatempo suona la chitarra elettrica, sostiene da sempre. Questa volta le catene e i teschi del passato non ci sono, grazie al cielo, ma Richmond al rock non rinuncia proprio, fosse solo per le strizzatine d'occhio all'underground britannico del periodo post-punk. Insomma, il revival anni 80, in un modo o nell'altro, continua prepotente. Anche Donatella Versace ne resta vittima. Al rock e al punk, però, lei, preferisce il funk – quello di Prince, autore della martellante colonna sonora in anteprima mondiale – e un certo superomismo plasticoso che, francamente, avremmo preferito dimenticare. La novità, qui, è la scelta del monocromo – si parte in bianco e si finisce in nero, passando per grigio, cammello e blu petrolio – ma la trovata non cancella l'effetto dejà-vu, perché la citazione è una cosa, il calco un'altra, e i lunghi cappotti dalle spalle importanti, i giubbotti scolpiti e via discorrendo sanno proprio di calco.
Altrove, è l'aplomb inglese a regnare sovrano. L'uomo di Etro, come sempre classico con twist, questa stagione ha un debole per il rosso, e per i motivi simultanei alla Sonia Delaunay; sotto il cappotto, lungo invariabilmente al polpaccio, porta sempre il panciotto, mentre la montatura degli occhiali, grossi, da secchione, è ricoperta di maglia a grossi punti. Da Moschino sono englishmen in bombetta, paradossali e chic, nei loro gessati fotocopiati, come un quadro di Magritte, mentre da Alexander McQueen, in strepitosa forma, è la volta di sartoria cockney e atmosfere vittoriane, di eleganza e violenza. McQueen, ragazzo dell'East End cresciuto alla scuola di Savile Row, sa come mescolare alto e basso, brutto ceffo ed elegantone, Jack Lo Squartatore e dandy gangster, e taglia abiti perfetti, ma carichi di una vena disturbante. Meno stratificate, ma altrettanto efficaci, sono le armi usate da Alessando Dell'Acqua, che col suo uomo, sofisticato e svelto nei trench cammello coi dettagli di gros elastico, nelle maglie lunghe e i pantaloni corti e affusolati, si candida, in maniera convincente, a riempire il vuoto lasciato da Halmut Lang. Da Marni la sintassi del vestire maschile viene riletta con sottigliezza, giocando sui tagli e sulle texture, perché anche il minimalismo può essere ludico, e il sussurro è sempre meglio dell'urlo. Da Moncler Gamme Blue, in fine, Thom Browne debutta alla grande, portando nel mondo a volte becero del piumino la sua sintassi assurdista e le sue proporzioni interrogative. Non mancano le trovate, come lo smoking imbottito e il piumino con lo strascico, ma, divertissement a parte, il business, qui, è serissimo, e per una volta invenzione e cassetto si riconciliano.

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