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Dolce&Gabbana: «Abbiamo da imparare, ma non certo da Giorgio»

I due stilisti rispondono all'accusa di plagio di Giorgio Armani

di Giulia Crivelli

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Tags: Dolce, Gabbana, Armani, Dolce&Gabbana, Versace, Zara, H&M




Domenico Dolce e Stefano Gabbana si sono presi quasi un giorno per rispondere alle accuse di plagio lanciate domenica da Giorgio Armani, ma 24 ore non sono bastate a placare gli animi. «Adesso copiano, poi impareranno», aveva detto Armani, confrontando un paio di pantaloni matelassé (cioè trapuntati) della collezione per l'autunno-inverno mandata in passerella poche ore prima dai due stilisti con un suo modello della linea Emporio, presentato nel 2008.
Dolce&Gabbana, nati rispettivamente nel 1962 e nel 1958, hanno sfilato per la prima volta nel 1985, invitati da Beppe Modenese alla rassegna Milano Collezioni. Suggerire, come ha fatto Armani, che dopo 23 anni di carriera e di successi, i due stilisti debbano ancora iniziare a imparare, non è stato un gesto aggraziato. Ineluttabile quindi il tono della risposta: «Sicuramente abbiamo ancora tanto da imparare, ma certo non da Armani – hanno detto ieri Dolce&Gabbana –. Del resto, come diceva Picasso, copiare dagli altri è inevitabile, mentre copiare da se stessi conduce alla sterilità». Al botta e risposta si è poi aggiunto il commento di Donatella Versace: «Essere copiati è un onore. Gianni è stato copiatissimo e continuano a copiarci tuttora, ma Versace – ha detto ieri la stilista, poco prima della sfilata della linea uomo della Medusa – resta Versace».
Molti anni fa Armani fu tra i primi grandi stilisti ad andare a una sfilata Dolce&Gabbana, tessendone poi le lodi, e forse la polemica fra tre dei maggiori talenti della moda italiana finirà con una pubblica riconciliazione. Sarebbe sbagliato però credere che nella moda non esista il plagio. In Italia sono stati spesso presi di mira i giganti del fast fashion, accusati di trarre ispirazione dalle passerelle per poi produrre in grande quantità "brutte copie" dei capi di sfilata. Negli Stati Uniti è in corso un dibattito meno generico e già nel 2007 il Council of American Designers, equivalente della nostra Camera della moda, ha proposto il Design Piracy Prohibition Act, una legge che dovrebbe proteggere le creazioni degli stilisti come le opere d'arte con relativo copyright, cioè diritto d'autore. Chi si oppone a questa legge sostiene che a farne le spese sarebbe la democratizzazione della moda innescata da catene come Zara o H&M, che ha fatto felici milioni di consumatori. L'equivoco sta proprio qui, come ha ribadito Miuccia Prada domenica, citando proprio H&M: l'errore non è vendere moda a prezzi accessibili, bensì pensare che per farlo si possa prendere l'intuizione creativa di uno stilista e produrla con materiali e finiture meno preziose, o apportando piccole modifiche. Questa è una scorciatoia. Ma la moda, se tale vuole definirsi, come ogni processo creativo non ammette scorciatoie...

Dal Sole-24Ore del 20 gennaio 2009

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