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Alta ModaLa crisi congelagli acquisti di couture Armani presenta la sua nuova collezione Privé: dal nostro inviato Paola Bottelli |
Tags: Armani, Armani Privé, John Galliano, Dior, Parigi, Milano, Antonio Marras, Kenzo, Riccardo Tisci, Givenchy, Giambattista Valli, Chanel, Valentino
Parafrasare la famosa soap opera sui ricchi è banale. Ma, con la recessione tecnicamente in corso in molte aree del mondo, anche le ereditiere texane, le mogli degli oligarchi di Putin e Medvedev, le signore velate provenienti da Emirati e Sultanati, le cinesi che hanno fatto i soldi con il boom del real estate tirano la cinghia. Lo rivela Giorgio Armani nel backstage della collezione Armani Privé, nella prima giornata delle sfilate parigine della couture per la prossima estate: «Nel 2008 alcune clienti hanno disdetto gli appuntamenti già fissati per ordinare i capi, tanto che abbiamo venduto un po' meno del 2007: per l'esattezza, 150 outfit completi, confezionati da trenta abilissime sarte, più "spezzati" e abiti da sposa. E il rallentamento si è sentito di più nell'ultimo trimestre. Forse il business di alcuni mariti è entrato in crisi, forse si è messo in moto un meccanismo psicologico». Con la couture, comunque, è difficile raggiungere il breakeven point, ammette lo stilista. «Ma il ritorno che ho avuto dall'ingresso nell'alta moda – precisa – equivale a 35 anni di carriera nel pret-à-porter».
La collezione Armani Privé – in tulle ricamato a mano con nastri e canottiglie, in organza metalizzata e stampata, in vernice cangiante («Si nota la ricerca?», chiede scherzando king George) – è ovviamente rivolta a una clientela d'altissima gamma: gli abiti da giorno hanno prezzi di 25-40mila euro, quelli da sera di 60-120mila, mentre le borse spaziano tra 2mila e 17mila euro (se in coccodrillo) e le scarpe tra 4mila e 9mila. «La furbizia – dice ancora lo stilista - è di valorizzare a cascata certi prodotti: le borse e le scarpe le venderemo anche nei monomarca. E comunque questo lavoro non va considerato un insulto alla miseria: il sistema industriale va conservato».
Sidney Toledano, presidente e a.d. di Dior, ha invece detto al Wwd, il quotidiano americano della moda, che «il 2007 ha realizzato una crescita della couture a doppia cifra e che anche il secondo semestre è stato buono». Toledano accredita al nuovo codice stilistico scelto da John Galliano – «più Dior di Dior» - i buoni risultati della maison.
Anche ieri, come accade spesso, nuove punture di spillo sull'asse Parigi-Milano. Ad esempio, sull'eventualità che la Camera nazionale della moda si candidi per ospitare sotto la Madonnina i marchi italiani della couture che ora sfilano nella capitale francese. «Chissà che cosa ne pensano – risponde Armani - le signore che vengono in questa città dove l'offerta a tutti i livelli è incomparabilmente migliore rispetto a Milano. E poi che si fa? Vengono qui per Chanel e Dior e noi gli offriamo solo il signor Armani e la signora Curiel? Certo con l'alta moda a Roma si è dato spazio a chi si accodava ai bravi senza averne i requisiti».
Altra diatriba parte dal sasso lanciato da Antonio Marras, direttore creativo di Kenzo: «In Francia gli imprenditori credono nella creatività, in Italia no». Così i nostri creativi hanno trovato qui i giusti spazi: vedi Marras, appunto, oltre a Riccardo Tisci da Givenchy e Giambattista Valli. Replica ancora Armani: «Vero, tutti bravi. Ma bisogna ricordare che, a parte Chanel, non ci sono marchi francesi che sfondano nel pret-à-porter, anche se fanno parte della scuderia di Bernard Arnault. Infatti vendono solo accessori».
Infine, a 24 ore dal debutto di Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli come direttori creativi della Valentino, si intensificano le voci – già smentite dalla maison – di una supervisione delle collezioni da parte del maestro Valentino Garavani e del socio Giancarlo Giammetti. Forse, dicono alcuni, è un "aiutino" en amitié.
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