ELEZIONI

La first lady?
Un accessorio pendant

Quasi sempre politica e stile fanno a cazzotti. Ed è la sconfitta del dispendioso image maker

di Angelo Flaccavento

Rating:
3.9
Rating 3.9

Tags: Palin, McCain, Obama, Biden, Reagan, Valentino, Chanel, Bush, Jackie Kennedy




Sia detto fuori di metafora, e senza nemmeno un'ombra di captatio benevolentiae: politica e stile, nella gran parte dei casi, fanno a cazzotti. Non c'è verso: dall'Italia alla Gran Bretagna, dalla Russia alla Francia alla Cina, la classe politica, con poche, rarissime eccezioni, quando si parla di ben vestire, va dritta all'inferno senza nemmeno fermarsi in Purgatorio. L'America, in questo senso, non fa eccezione. Anzi, guida il plotone dei dannati. Le orride visioni che in questi giorni di fervore pre-elettorale ci inondano dagli schermi tv, dalle pagine internet e dai giornali ne se sono la quotidiana, martellante conferma. A qualcuno il nostro giudizio apparirà forse troppo severo, e ce ne scusiamo: siamo brontoloni e incontentabili per ragioni di DNA. Il fatto è che la politica considera lo stile non come strumento d'espressione personale, ma come tattica – il look deve rassicurare gli elettori, e convincere gli indecisi che il soggetto merita il voto e la fiducia – e questo risolve in un fare cauto, se non addirittura rinunciatario, immobile e oscurantista, che ci indispettisce e irrita non poco.
Certo, l'abito fa il monaco e le apparenze contano, sicché vestire diversamente non paga quasi mai. La massa – perché gli elettori così vengono percepiti, come un organismo amorfo e primordiale, incline al pensiero gutturale – non ama i sofisticati, e vuole tutti uguali, irreggimentati e obbedienti al protocollo. Ma siamo davvero sicuri che sia così? In fondo questo potrebbe essere solo un luogo comune che giova ai potenti e sul quale gli istituti di sondaggio campano e lucrano. Chissà. Intendiamoci, nessuno si sogna di invocare politici dandy o fashion victim – quelli non ci piacciono nemmeno nel fashion system, quindi figurarsi. Semplicemente, li vorremmo con po' più di personalità e disinvoltura; meno ingessati, più charmant. Lo scenario americano, in questo senso, è disarmante: il festival delle anticaglie studiate a tavolino da image maker astuti ma, a quanto pare, privi del minimo gusto. Si prenda lo stra-discusso caso Palin: 150.000 dollari o più sperperati per un disastro di stile annunciato. Eccocela lì, la candidata in seconda del Partito Repubblicano, coi suoi tailleurini pleistocenici, dalle spalle insellate, le giacche corte e le gonne cortissime, incollati al corpo tornito da aerobica e burro d'arachidi, accessoriati di inenarrabili stivali a stiletto, cotonata pseudo-chic e occhiali fantasiosi. Questa sarebbe l'idea di una donna, ci si passi l'espressione colloquiale, con le palle? Nemmeno negli anni 80 del Power Dressing s'arrivava a tanto. Per rimanere a destra, il candidato McCain non è da meno quanto a cadute, con l'aggravante di una latente bipolarità. Eccolo, agli inizi della campagna, alquanto informale: in blouson e camicia, ma senza cravatta, oppure con blazer e gilet, ma ancora senza cravatta. Né preppy né bancario, è praticamente un individuo qualsiasi, di mezza età; coi capelli bianchi e il fare del vecchio saggio, si propone come un nonno che la sa lunga perché ha vissuto intensamente e pericolosamente. Ma qualcosa non funziona, e nei suoi camuffamenti da uomo della porta accanto è il lupo cattivo a venir fuori, non il tenero nonnino. Allora rispunta la cravatta: larga, rigata e assertiva. L'audience, prevedibilmente, sale, ma lo stile è in stallo. Vabbè.
Tra i democratici le cose vanno decisamente meglio. Nessun guizzo, anche qui, ma se non alto una certa confortante sobrietà. Giovane e aitante, Barack Obama ad esempio si è inventato una uniforme – abito grigio o blu, camicia invariabilmente bianca, cravatta in ton sur ton, all'occasione giubbottino understaded – che è perfetta, impiegatizia quel tanto che basta ma elegante, col plus che, una volta tolta la giacca, la camicia bianca con le maniche arrotolate fa subito working class hero. Biden, il vice, è suppergiù sulla stessa linea. Unica eccentricità, discutibile ma passabile, è per entrambi la cravatta rossa: un colpo di testa che anche l'uomo tutto d'un pezzo si può concedere.
E le first lady? Le abbiamo lasciate per ultime perché nel look del politico americano sono, per così dire, l'accessorio fondamentale: l'arm candy irrinunciabile, come dicono loro. La consorte può più di ogni look, più della cravatta, e dice più di tutto il resto. La signora McCain, ad esempio, è una specie di nuova Nancy Reagan: rigida e distante nei suoi quasi-Valentino e simil-Chanel da lady upper-class, è una epitome di conservatorismo, con un po' di chic. Respingente, ma dieci misure avanti rispetto alle casalinghe Barbara e Laura Bush. La signora Obama, invece, ha un penchant per il nero acceso da sprazzi di colore, ed ha un fare amichevole. A volte, quasi sempre, è goffa nelle sue gonne e top di jersey, altre no, ma fa sempre da perfetto pendant al marito. Convince, ma fino ad un certo punto. I picchi dell'inimitabile Jackie Kennedy sono lontani, purtroppo, ma è inutile abbandonarsi alle nostalgie del buon tempo antico. Nessuna icona, al momento. Per quelle dovremo aspettare il prossimo giro, o il successivo.

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