MILANO MODA

Finale aperto
a mille soluzioni

Non c'è una tendenza unica e lapalissiana, superata da uno stile frammentato

di Angelo Flaccavento


La conclusione delle sfilate milanesi della moda uomo non segna un rassicurante e definitivo punto di chiusura. Semmai, mette dei puntini di sospensione, o al più aggiunge un molto aperto punto di domanda. Il fatidico interrogativo "Cosa si usa? Dove va la moda?" rimane in larga parte non risposto. Le idee in giro sono poche, questo è vero, ma è altrettanto vero che la tendenza univoca e lapalissiana è ormai roba vecchia: il presente è frammentato, e fatto di coesistenze. In questa piatta e poco eccitante stagione, così, c'è spazio per il minimalismo annichilente e delicato di Marni, tutto volumi contrapposti e poetici mismatch di miscrostampe grafiche, come per il colore vivo e gli afrori indiani che Giorgio Armani sparge a piene mani in una collezione positiva e vacanziera tra le più applaudite. I foulard e gli jacquard di Etro inneggiano ad una mascolinità liberata che sta a metà strada esatta tra Sandokan e Il Vizietto, mentre l'intonsa linearità della collezione di Italo Zucchelli per Calvin Klein è così estrema e anticomunicativa da rasentare la totale afasia. Però, stranamente, sa di futuro, e per questo intriga. Alle secchezze con tocchi africani di Fendi si contrappone l'hip hop smargiasso di Dsquared2, tra pantaloni a zampa, shorts minimi, catenoni dorati, immancabili berretti e incredibili scarpe da basket multicolor. Per D&G è il momento di papillon, smoking a tutte l'ore ed ogni tipo di elegante leziosità da ragazzino bene, da Belstaff a trionfare sono nylon iridescenti, colori squillanti e spirito d'avventura, e infine da Zegna è l'apogeo del classico più classico che c'è. Da un estremo all'altro, il cerchio è chiuso. Tra sei mesi, o giù di lì, il mondo reale risponderà.

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