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«Dalle mie parti l'arte è sottosviluppata: in Medio Oriente si fa fatica a trovare buone gallerie dove acquistare opere valide. Così la apro io a Dubai. Sarà pronta in ottobre». Un paio di Aviator occhieggiano dal taschino del suo formalissimo abito beige, tra le mani un Blackberry e un telefonino costantemente in funzione, ai piedi sneakers con dettagli fluo. Quest'anno Majed Al-Sabah, nipote dell'Emiro del Kuwait e grande estimatore di tutto ciò che è fashion e creatività, compie quarant'anni. Lo racconta con un sorriso mentre beviamo un tè in uno dei saloni del Grand hotel et de Milan di via Manzoni: i suoi primi quarant'anni li festeggia con il decimo store "Villa Moda" nella ricca regione e, appunto, inaugurando una galleria d'arte. Sintesi, un po' come lui, della cultura mediorientale e di quella occidentale.
Dopo la moda, ora si occupa di arte. Come nasce l'idea della sua nuova art gallery a Dubai?
In realtà è uno dei primi progetti che avevo in mente. E così come con la moda abbiamo cercato di adattare il mercato a brand interessanti, ora stiamo cercando di adattare il mercato a forme interessanti di arte. È esattamente la stessa formula di business. La combinazione che vorremmo raggiungere è 60% design e 40% arte, magari per l'80% di provenienza internazionale e per il 20% locale.
È più difficile far conoscere al mondo l'arte del Kuwait o viceversa?
Penso che siano vere entrambe le cose: da un lato ci sono persone che sono interessate a conoscere che cosa sta succedendo in questa parte del mondo, ma dall'altro penso che l'arte debba essere approcciata in modo intelligente, non semplicemente in maniera commerciale.
Chi detta le tendenze in questo senso?
Chi ha più voce in capitolo nella nostra fetta di mondo è l'interior decorator, su cui molti fanno affidamento, commissionandogli di ammobiliare la loro casa o il loro ufficio. Anche se, a causa dell'evoluzione demografica (il 70% della popolazione ha meno di 30 anni), è frequente vedere giovani interessati a comprare opere d'arte scegliendole di persona. Con la globalizzazione e Internet i nostri ragazzi sono sempre più in contatto con il resto del mondo. Ma anche più esposti. Fa parecchia paura...
Come si rapporta la cultura islamica al modello occidentale di lusso?
È molto semplice: prendiamo il vostro meglio e buttiamo via il resto! Prendiamo le vostre borse di Gucci e buttiamo il vostro consumo sconsiderato di droghe in discoteca! La cosa bella della nostra gente è che, al di là di quanto sofisticata sia, è sempre frenata dalle limitazioni religiose. Nei fatti la nostra realtà non è poi così male come si potrebbe pensare.
Nel 2003 la rivista "Time" l'ha ribattezzata "Sheik of Chic"…
Beh, in effetti sono l'unico membro di una famiglia reale a essere retailer nel mondo della moda e del lusso.
Che cos'è per lei il lusso?
È qualsiasi cosa di artigianale, fatta in casa o su misura. Non deve per forza arrivare da via Montenapoleone, perché il lusso non è legato alla ricchezza. Alla porta accanto al mio store di Damasco c'è un ragazzo che vende noci e pistacchi per strada: se gli chiedi di preparartene un sacchetto, lui si sposta nel retro del suo negozietto e ne arrostisce un chilo apposta per te, te lo serve esattamente nel modo e nella quantità che desideri. Per me questo è lusso meraviglioso, e ti costa solo un euro. Il primo store di Villa Moda è un gigantesco cubo di vetro progettato dall'architetto italiano Pierfrancesco Cravel. Perché crede che la moda, l'arte e il design debbano convergere?
Non vogliamo essere una formula precostituita e seguire la formula dei brand del lusso in cui ogni singolo store è esattamente identico all'altro. Vorremmo portare le persone verso esperienze differenti, per questo ogni singola location è differente. Se abbiamo già tutto, perché fare shopping? Si deve creare un teatro per vendere sogni.
Quanto è importante lo shopping nei vostri Paesi?
Nella nostra società lo shopping è una parte importante dello stile di vita delle famiglie. Non è come qui a Milano o in qualsiasi altra città europea, dove ci sono molti musei, teatri e molte cose da fare. Nel Medio Oriente le città sono ancora in via di sviluppo. I clienti abituali visitano i nostri negozi due o tre volte la settimana, quindi ogni volta che vengono vorrebbero vedere qualcosa di nuovo e di diverso.
Quali sono i Suoi rapporti con i fashion designer europei?
Dal punto di vista del business il nostro portfolio in Europa è abbastanza ampio, soprattutto in Italia. Per quanto riguarda le relazioni personali al momento stiamo cercando di farli adattare alla nostra cultura e sviluppare anche collezioni speciali adatte al nostro mercato, il che ci rende anche molto vicini ai designer stessi. Io amo i designer europei: a Villa Moda ci sono da Prada a Manolo Blahnik, da Ferragamo a Martin Margiela, da Dolce&Gabbana a Jil Sander. E tanti altri. Che cosa ne pensa la sua famiglia del suo lifestyle? In fondo lei ha deciso di abbandonare la carriera diplomatica…
Il problema è esistito in passato, quando la gente pensava che la mia scelta di aprire uno store fosse una disgrazia, che fosse inadatta allo status della famiglia, ma nel giro di alcuni mesi la cosa è stata superata. Cerco prima di tutto di seguire le mie passioni e poi, allo stesso tempo, di mandare in ogni caso un messaggio politico. È tutta colpa della frustrazione accumulata in passato, quando mi recavo nei Paesi occidentali e nessuno sapeva dove fosse il Kuwait. Con il mio business della moda e dell'arte cerco di chiarire questo messaggio. Io ho un blog su internet, una pagina su face-book e una su small world, perché chiunque lo voglia possa connettersi con me. Sono davvero molto accessibile.
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