intervista

D'Amario: «L'autonomia é la nostra forza»

L'ad di Vivienne Westwood attacca il sistema delle multinazionali della moda

di Serena Danna



«La creatività è una piccolissima fetta del sistema moda, arriva forse all'8%, è direttamente proporzionale all'organizzazione dell'azienda: più sei creativo e meglio devi essere organizzato. Creare all'interno di un gruppo in cui la moda costituisce una piccolissima percentuale del business è un discorso, ma quando vuoi fare profitto con la creatività allora le cose di complicano».
Carlo D'Amario, sessantadue anni, dal 1984 amministratore delegato della casa di moda che ha fatto della creatività sfrenata la sua bandiera, Vivienne Westwood. Dopo una formazione sovietica presso la scuola-quadri del partito comunista di Mosca, arriva alla moda irriverente e anarchica della battagliera Vivienne e si lascia travolgere da quel mondo pieno di «idee rivoluzionarie e belle donne».
Signor D'Amario, i nostri stilisti dicono che in Italia si sentono molto condizionati dal mercato, che in altri Paesi, per esempio la Francia, sono più liberi di creare…
Designer come John Galliano, Stella McCartney, Alexander McQueen sono mercenari al servizio della grande industria, pensionati di lusso che possono fregarsene dei bilanci. Mica è libertà questa?
Che cosa intende per "mercenari"?
Che non sono legati ai valori e alla storia di una casa di moda. Lavorano per gruppi, come Lvmh o Ppr, che hanno business differenziati di cui la moda costituisce una porzione minima. La salute economica di queste multinazionali non dipende certo dalle creazioni di Galliano o Frida Giannini.
Tuttavia ha citato marchi che hanno archiviato l'anno con fatturati robusti, non le sembra di essere eccessivamente critico?
Voglio solo dire che in mezzo a questi colossi, Vivienne Westwood resta indipendente: non andiamo a "comprare" i migliori stylist e manager in giro per maison, ma preferiamo prendere persone all'inizio della carriera e formarli. In questo modo facciamo sì che non diventino mercenari ma legionari: vengono da noi non solo per fare soldi ma anche per spirito di corporate, non è solo profitto ma gioco di squadra. In pratica facciamo scuola-quadri, e questo ci dà una certa stabilità perché il brand Vivienne Westwwod è sempre più indipendente dalla stilista.
Funziona questa formula?
Abbiamo chiuso il 2007 con un aumento dei ricavi del 35% e prevediamo la stessa crescita anche per il 2008. Abbiamo fatto di necessità virtù: poiché all'inizio nessuno ci voleva, abbiamo comprato i palazzi da soli, trasformando il tessuto in mattone. Tutti gli showroom sono di nostra proprietà. Oggi siamo una piccola "multinazionale" che opera nei punti nevralgici della moda: a Londra, osservatorio di quello che succede nel mondo, Parigi, la vetrina, e Milano che resta la fucina.
Come vede la situazione italiana?
Da noi la logica è quella della "macelleria messicana": tutti contro tutti.
Il sistema moda italiano è "monocellulare". C'è un eccellenza individuale gelosa della propria autonomia…Ma è presto per tirare bilanci. Il pret-a-porter in fondo ha solo venticinque anni. E'un business giovane. E'vero che il tempo nella moda è molto diverso, basta leggere una rivista di cinque anni fa per vedere che era un altro mondo. Ma pensi a Yves Saint Laurent o al più recenteTom Ford: sono astri nati e spariti in pochissimo tempo, tutto cambia e si rigenera continuamente.
Come si colloca Milano?
Milano è il luogo nel mondo delegato per la moda, intesa come pret-a-porter e produzione di lusso. E' il laboratorio: a Milano non si consuma moda, quello succede a Londra, ma il laboratorio è qui. Siamo la patria del tessile, il centro dell'artigianato, da Udine a Parma scendendo fino al Sud, quel meraviglioso indotto che gli Usa avevano visto già negli anni Quaranta. Ma negli ultimi tempi il ruolo degli Stati Uniti si è ridimensionato moltissimo: oggi non dobbiamo avere paura se Vogue America parla male di noi, ma se lo fa una rivista di moda russa!
Nel 2006 il business di Vivienne Westwood in Russia arrivava al 25%...
Per noi è un importantissimo mercato di riferimento. In generale il vero riferimento oggi sono i Paesi ex comunisti. Pensi anche alle modelle: negli anni Ottanta venivano dal Texas, dall'Arkansas, adesso sono tutte russe… Non solo ci portano il denaro, ma anche le donne!
C'è un'enorme fame di lusso nel mondo e per noi è una grande risorsa. L'utenza si è allargata moltissimo negli ultimi anni, come i bisogni, che vanno dagli occhiali da sole al vino. Noi europei dobbiamo comportarci come fecero i Greci con i dominatori romani: li conquistarono culturalmente. Quelli ci riuscirono con pittori e poeti, noi con Portofino, la Ferrari e Ferragamo.
Il 2007 è stato decisamente l'anno di Vivienne Westwood, che è stata celebrata con mostre molto importanti in giro per il mondo, l'ultima a Palazzo Reale di Milano. Cosa c'è oltre la celebrazione in un museo?
Un film. Hollywood si è accorta di noi e ha deciso di raccontare la storia di Vivienne Westwood dal punk alla couture, dalla decostruzione di un sistema alla costruzione di mondi possibili.

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