da Parigi

La donna guerriera
di Rick Owens

Le creazioni dello stilista americano conquistano le passerelle della capitale francese

di Angelo Flaccavento



I tempi sono duri, molto duri, e la moda risponde come può. Dopo gli inattesi romanticismi milanesi – vedi alla voce Roberto Cavalli – Parigi replica, in questa prima giornata di show per l'inverno 2008-09, con la donna guerriera di Rick Owens. L'assonanza con la donna in carriera di armaniana memoria, stereotipo ormai da tempo cementato nell'immaginario collettivo, è intenzionale, perché a suo modo, mutatis mutandis, Owens, da Los Angeles, avanguardista, è un Armani dei giorni nostri. Puristi e fan inorridiranno forse, da entrambi i lati, di fronte all'ardito parallelo, ma a ben guardare le similitudini tra i due non sono poche: la predilezione per nuance inafferrabili di beige, di grigio e di greige, tanto per cominciare; l'amore per la decostruzione; il desiderio di dare una risposta coerente ai bisogni dell'oggi, soprattutto.

Ciò detto, l'estetica di Owens, urbana, ruvida, dark, non ha nulla della immediata concretezza, del pragmatismo italico di quella di re Grigio, ed è indirizzata a tutt'altro uditorio. Il successo, nei rispettivi mondi, è però identico: Owens (che ha alle spalle un produttore italiano, Vulpinari) vende, e tanto. La sua bravura sta nel perfezionare, di stagione in stagione, una formula che è più o meno sempre la stessa – fatta di stratificazioni, avvolgimenti, contorcimenti del tessuto, di abbondanti asimmetrie, di maglia, pelle e materie grezze, ma leggere – e di renderla ad ogni nuovo passo, in qualche modo, diversa. Le guerriere che ieri sera hanno marciato al ritmo sincopato di una sinfonia elettronica nel candore abbagliante della Salle Melpomène dell'Ecole des Beaux Artes portano i capelli spazzolati in avanti, a nascondere il volto, oppure raccolti dentro cloche di montone che le rendono stranamente fragili, uccelli in fuga. Ai piedi, calzano stivaletti con la zeppa adunca, simili in tutto a zoccoli d'animale, e proteggono il corpo dentro giacche-bustino sagomante da zip e tagli, ricadenti in lembi appuntiti sui fianchi, annodate sopra il seno o accartocciate come ali di pipistrello sulle spalle. I pantaloni di pelle scampanati, percorsi da lunghe zip, aggiungono una ulteriore nota di deliberata bestialità, suggerendo l'idea che questa donna sia in fondo in fondo un fauno. A stemperare ogni pesantezza, i bei mix di materiali, col feltro accoppiato al raso, o al lamè, e le nuance di colore arrangiate in morbido degradè. Il risultato convince, appieno: l'avanguardia di Mr Owens, in mano ad altri, è respingente; lui, riesce a renderla, inaspettatamente, sexy. Perché la seduzione non è mica per forza un tubino drappeggiato che s'incolla ad ogni curva, o una mini a tutù di pelle ricamata, come propone Christophe Decarnin nella sua deludente prova da Balmain.

Dopo alcune stagioni di glamour leggero e fresco, il pur capace Decarnin deraglia in un territorio non suo, cerca di riempire il vuoto lasciato da Cavalli e Versace, maison ormai, e saggiamente, alla ricerca di nuovi lidi, e alla fine produce una collezione così carica di echi 80, cotè punk – maglia di metallo, maculati colorati, pantaloni a tubo di stufa – da macchiarsi di totale dejà-vu, colonna sonora di Billy Idol inclusa.
Ben più stimolanti le guerriere dell'indiano Manish Arora: metalliche, lustre, con un esprit cartoon. Arora ha un piglio così inventivo, una capacità così unica sguazzare nel kitsch più totale senza perdere il controllo, da ricordarci che la moda può ancora essere divertimento, ma mai fine a se stesso. Sotto la profusione di ricami, sotto gli inciuci di Minnie e samurai, la costruzione è attenta, e le linee svelte, scattanti, precise. Geometrie, ancora, da Bruno Pieters, ma in salsa belga, ossia sobria, concettuale. I larghi cappotti cammello, e i tailleur pantaloni indossati con la cravatta affermano con chiarezza che, in barba alla guerriera, la donna in carriera è viva e vegeta.

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