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«Signor Biani, stress per la prossima sfilata?» «In verità per niente», e si siede rilassato sulla poltrona di pelle, senza mai rivolgere un'occhiata al suo Patek Philippe. Già entrando nella sede milanese di Alberto Biani si percepisce che ci si trova di fronte a uno stilista sui generis: ben lontana da altri noti palazzi dai toni autocelebrativi, prima di entrare si è accolti dal profumo di un paio di pizzerie al taglio, e una volta dentro nel cortile si trovano biciclette, gatti e vicini che si salutano dai ballatoi. «Bisogna essere distaccati dalle cose», afferma, tradendo la sua laurea in filosofia (che sia un seguace dell'atarassia epicurea?), presa appena prima di entrare nel mondo della moda. Quell'ingresso per Alberto Biani - 54 anni, veneto - fu quasi casuale, «perché Fiorucci jeans aveva aperto una sede nella mia città e io ci ero andato a lavorare. Poi quel mondo è esploso». In realtà tanto distaccato Biani non lo è: basta chiedergli un giudizio sulle sfilate milanesi e sul sistema-moda per farlo infervorare.
Biani, come concilia passione e distacco dalla moda?
Credo che bisogna fare delle distinzioni. Quello che davvero non sopporto è che sul lavoro artigianale, che è il nostro lavoro, prevalga la necessità, l'obbligo di apparire. Purtroppo oggi l'ostentazione è diffusissima. Il vero problema è che è difficile creare qualcosa che sia coerente. Io mantengo la mia libertà, non ho regole ferree, scelgo sempre di fare quello che voglio: questo forse è un limite, anche per il successo delle mie creazioni, ma a me va bene così. Il plauso può derivare dai numeri, ma ognuno poi esprime un suo giudizio rispetto a questo.
Non salva proprio nessuno?
Secondo me l'unica casa davvero geniale è Prada, che unisce arte e creatività. Ma finisce per cadere in contraddizione, perché è diventata un'etichetta troppo forte, troppo riconoscibile.
Che cosa intende per contraddizione?
Secondo me l'eleganza consiste nell'esprimere la propria personalità senza farsi riconoscere, senza sottostare ad alcun diktat stilistico. Eleganza è qualcosa di inusuale e totalmente personale. Ma soprattutto non bisogna riconoscere il marchio di un abito: questa è l'essenza della moda, che secondo me è proprio il contrario dell'eleganza.
Se nel presente non ne trova, ha dei modelli di stile nel passato?
Certamente gli anni Cinquanta e Sessanta per me sono inarrivabili. In quegli anni sono stati creati veri oggetti-mito, che incutono quasi un timore reverenziale: ad esempio, la Birkin di Hermès, o le maglie di Agnès B., che sono le stesse da cinquant'anni. Eppure non sono un nostalgico.
Cosa esprimerà nella sua nuova collezione?
Tutto sarà vecchio, tutto sarà nuovo. La cosa più difficile è cercare e creare una sintesi stilistica, con rigore, poi da quel punto non importa andare avanti o indietro. Per me questa è una scelta, ma anche una costrizione, che affronto consapevolmente e che mi premia, soprattutto nel mercato italiano. Il fatto è che trovo idiota ogni tipo di slogan.
E nella moda ce ne sono tanti?
Sì, purtroppo. Anche dire "il minimalismo è morto" è uno slogan. Ma ho anche altri esempi. Prendiamo gli Stati Uniti, dove secondo me la moda è del tutto standardizzata: Ralph Lauren negli anni Settanta divenne famoso allestendo tutte le vetrine dei suoi negozi nella stessa, identica maniera. E poi, anche la cosiddetta "critica" di moda...
Cioè?
Credo che in Italia non si riesca mai a parlar male di qualcuno: le stroncature sono rare, mentre se ne trovano sulla stampa estera. Tornando all'America, ma questa volta in un altro senso, ricordo un articolo del New York Times, una recensione spietata della nuova collezione di un marchio: si trovava appena sotto lo spazio pubblicitario acquistato da quello stesso marchio.
Forse allora ripone qualche speranza nei mercati emergenti...
Oggi bisogna sottostare alla globalizzazione, e del mondo globale fanno parte anche i mercati emergenti, che però non sanno scegliere la qualità, un po' come l'Italia degli anni Settanta, che comprava senza questa cultura e quindi amava l'ostentazione. I mercati emergenti di oggi sono più attratti dalla rappresentazione. Solo in Europa - in Italia e in Francia soprattutto - rimane il gusto per la vera esclusività.
Se non a Padova, dove si trova oggi, in quale altro luogo le piacerebbe vivere?
Da poco ho comprato una casa a Siracusa, nel quartiere di Ortigia. Adoro Parigi, l'atmosfera di Saint Germain, con i venditori di frutta che mi riportano all'infanzia, fare passeggiate quando non c'è ancora nessuno, prima che la megalopoli riprenda il suo ritmo, lontano da posti come Place Vendôme, che ora sembra una sorta di navicella spaziale. E poi mi piace moltissimo Saint Tropez, che in certe zone è rimasto lo stesso degli anni di Brigitte Bardot, con le stradine di ciottoli.
Ma è vero che ha paura dell'aereo?
Sì, ho dovuto far fermare ben tre decolli. Ora lo prendo, anche più volte alla settimana, ma solo dopo essere stato rassicurato dal comandante.
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