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Fino ai trent'anni è stato ballerino. «È un'esperienza che ti aiuta ad avere coscienza del proprio corpo. Mi serve ancora oggi, nel lavoro di stilista», sottolinea Pierre Hardy, il mago delle scarpe di lusso. Uno che non ha mai perso tempo. Mentre ancora ballava, si è laureato all'Ecole normale supérieure di Parigi, orientamento Arti plastiche. E ha passato l'agrégation, un esame nazionale che in Francia abilita all'insegnamento ai più alti livelli: uno scoglio che i più non riescono a superare, tentandolo a ripetizione una vita intera. Lui è diventato professore agrégé a 23 anni e ancora oggi, che ne ha compiuti cinquanta, insegna alla prestigiosa Scuola superiore di arti applicate Duperré, un giorno alla settimana. Per il resto, disegna scarpe. Una vera passione. «Lo faccio da quando ero bambino: le calzature mi hanno coinvolto molto presto», ricorda. Così, dopo aver lavorato anche come illustratore per riviste come Vogue e Vanity, ha cominciato la sua carriera in questo campo, prima per Christian Dior, poi per Hermès e per Balenciaga, due maison con cui collabora ancora, sebbene dal 1999 abbia iniziato a disegnare le sue collezioni, prima solo per la donna, poi anche per l'uomo. Sono piccole opere d'arte, prodotti sofisticati. Buyer di tutto il mondo varcano il portone del palazzo antico, dove Pierre ha il suo atelier, accanto al Canal Saint-Martin, un angolo di Parigi diventato alla moda. «Ma io ci sono arrivato in tempi non sospetti, quando non c'erano ancora tutti questi bar e boutique», precisa.
Se chiedete a Hardy di "spiegare" le sue collezioni, non aspettatevi le grandi elucubrazioni tipiche degli stilisti, le giustificazioni intellettuali di chi vuole dare per forza sostanza culturale alla moda. Pierre Hardy è un "normalista", la cultura con la c maiuscola sa benissimo cosa sia. «Le mie ispirazioni sono astratte – osserva – non voglio raccontare una storia con le mie scarpe. Non funziono per reminescenze, nostalgie, anche se può succedere». Pierre parte da grafismi: «Mi piacciono le cose costruite, che evolvono da una base geometrica. D'altra parte preferisco il disegno alla pittura, le linee al colore». In questi giorni sta presentando la collezione autunno-inverno 2008-09, dove molte calzature giocano intorno all'idea del cubo, spesso utilizzato in trompe-l'oeiul, con quel tocco d'ironia che è tipico di Hardy. Pure la collezione in vendita a breve per la primavera-estate 2008 parte da visioni grafiche, come una serie di scarpe con perforazioni marcate, dai contorni ricorrenti, o sandali dove in realtà un'ispirazione specifica stavolta esiste, per ammissione dello stesso autore: la Primavera di Botticelli. Hardy, sorridente e diretto, dice di avere una sensibilità mediterranea. «Ma le mie scarpe sono molto francesi, cerebrali, rigorose, un po' maschili anche quando sono destinate alle donne. C'è un'influenza classicistica più forte che nelle calzature italiane, dove invece prevale la fantasia». Nel nostro Paese, comunque, Hardy fabbrica tutte le sue scarpe, a parte quelle sportive, «e non potrebbe essere diversamente perché è in Italia che la calzatura è compresa davvero. Ed è solo lì che, se dico che ci vuole un centimetro in più di un determinato elemento, capiscono al volo». Dal '99, quando ha iniziato a creare le sue collezioni, c'è stata un'evoluzione. Hardy partì in quarta, alla ricerca non del nuovo, ma del nuovissimo. Da allora, sì è calmato, anche se l'originalità resta una costante delle sue creazioni, soprattutto per le donne. «Sono più capricciose, più versatili. Il loro gusto cambia e bisogna adattarsi. In un certo senso disegnare calzature per le donne è più divertente e anche più facile. Per gli uomini è diverso, perché esistono margini di azione ridotti. Il pubblico maschile ha in mente riferimenti precisi. Nel caso degli italiani, ad esempio, almeno per le calzature, funziona un imprescindibile modello inglese».
Un discorso a parte vale per le scarpe da tennis e per i "desert boots", sulle quali lo stilista sta lavorando da alcune collezioni, giocando anche su colori diversi, oltre che su differenti tipologie di forma. L'ultima sfida di Pierre Hardy si chiama Gap. Sì, lo stilista delle scarpe di lusso ha deciso di democratizzarsi davvero. E ha disegnato alcune scarpe per il marchio americano, ripercorrendo in un certo senso lo stesso cammino di Karl Lagerfeld o Roberto Cavalli per H&M. Dieci modelli per donne e tre per uomini saranno disponibili nei negozi Gap a partire del prossimo 21 febbraio. Pierre dice che non è stato difficile rinunciare al lusso. «Mi sono adeguato allo spirito di Gap, che vuol dire freschezza e libertà». Anche se, diciamolo, l'impronta Hardy è evidente, in particolare su un paio di sandali, dal tacco pronunciato, come piacciono a Pierre: «È stato interessante disegnare un prodotto per clienti attenti alla moda, ma che non intendono pagare molto. O che, comunque, non vogliono spendere per niente». Gap, assicura lo stilista, resterà un'esperienza unica. Altre sfide all'orizzonte? Ad esempio, una collezione prêt-à-porter, come in tanti sperano a Parigi? «No, su quello sono categorico. Le scarpe restano il mio mondo». Era un bambino quando iniziò a disegnarle. Pierre non ha ancora finito di stupire.
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