pret-a-porter


La geometria di Ysl
I volumi di Valli

Gli italiani di Francia propongono giacche-frac, abiti a sacco e un pizzico di body art

di Angelo Flaccavento



Un esercito di cloni spietati, di dominatrici implacabili: la collezione di Stefano Pilati per YSL, drammatica e concentrata, s'abbatte come una mannaia su una giornata iniziata, all'esatto opposto, con le trine e le delicatezze bourgeois di Alessandra Facchinetti all'esordio da Valentino. Pilati è un comunicatore, sa come far deflagrare il messaggio anche quando non c'è molto di veramente nuovo da dire. Immagina un guardaroba ad alto tasso di volume e geometria, grafico, fatto di giacche-frac e abiti a sacco dalle maniche voluminose, di pantaloni immensi e tailleur con la vita segnata e le gonne midi, e lo mette addosso a modelle trasformate per l'occasione in robot a un tempo scostanti e seducenti. I tratti del volto sono annullati dietro caschetti corvini, liscissimi, che nascondono del tutto gli occhi; le labbra sono nere, plastificate, serrate a nascondere ogni emozione e sentimento; collo e polsi sono cinti da fasce borchiate, mentre i piedi calzano decolleté affilate e stivaletti dispotici, con il tacco a spillo. L'effetto, nel bianco abbacinante della tensostruttura montata all'interno del Grand Palais, è, a dirla tutta, dirompente, ma assorbita la botta allo stomaco, lo shock, rimane una sensazione di dejà-vu, di citazione anni 80. Il gioco sui materiali, sempre corposi e accostati in combinazioni di grane contrastanti, è forse il vero punto di forza della collezione, perché è lì che il rimando al passato si purifica, e acquista, sottolineato dalla precisione geometrica del taglio, un nuovo significato.
L'altro italiano di Francia, Giambattista Valli, esplora volume e costruzione in modo ben diverso: con un piglio da body artist. Per lui l'abito è quasi uno strumento di body modification. Sposta così l'attenzione sul dorso e sulle spalle – a un livello generale, questa è davvero una stagione di "dietro" – e le gonfia, le struttura, ma in leggerezza: il risultato è una silhouette molto elegante, con un che di ferino, di bestiale, che conquista. Tutto ha volume, tutto è imbottito; le superfici vibrano nei bouclé di rouche come petali di fiori, negli stampati come pellicce in trompe l'oeil. Eppure, per quanto sperimentale nell'approccio, la couture di Valli non è scostante; dona. È il frutto di una mente che le donne le ama, e che non le vuol mortificare.
Sophia Kokosalaki non è più la regina del drappeggio: non una tunica, un peplo o una toga nella sua collezione, ma solo abitini-guaina al ginocchio con bei giochi di intagli, e poi cappotti a bozzolo, in lane infeltrite. Con il passaggio nella scuderia Staff, la greca Kokosalaki si è lasciata per sempre alle spalle la ruvidità rock degli esordi londinesi, ma la sospirata maturità è ben di là da venire, sicché la ragazza rimane al momento ferma al bivio che separa arte e commercio.
Stella McCartney, invece, la ricetta perfetta l'ha trovata da tempo. Le sue tute di maglia, i suoi camicioni e i maxi-maglioni di lana da coperta, gli abitini danzanti e le tuniche di velluto non sono nulla di nuovo, ma sono facili, e piacciono. La creazione è altro, ma anche l'acume commerciale è un talento da rispettare.

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