Stile

A Parigi sfila l'uomo dal look inafferrabile

Romantica-chic o futurista: le mille facce della nuova moda maschile

di Angelo Flaccavento


L'uomo emerso dalla quattro giorni di sfilate parigine ha molte facce. È classico, oppure teatrale; ama gli eccessi, così come la totale semplificazione. Ad unificare le proposte, nella loro notevole varietà, un desiderio decadente di fuga ed estremizzazione; la ricerca di un codice che salvi, almeno esteticamente, dall'incertezza dei tempi moderni.
L'uomo Dior, ad esempio, è romantico, nordico: nero. Pur non discostandosi dalla silhouette affilata, e dalla sostanziale monocromia che sono la sigla della maison, Kris Van Assche ha dimostrato di avere spalle forti, e di riuscire a resistere alle pressioni. Non deve essere facile succedere ad uno dei creatori più influenti dell'ultimo decennio, Hedi Slimane, all'interno di una casa così affermata, con fatturati da rispettare e far aumentare.
I giacchini di Van Assche, scolpiti come un giustacuore rinascimentale, le camicie bianche, intonse, i pantaloni attillati come una calzamaglia, o immensi, gonfiati sul davanti da pieghe in sequenza come virtuosistici origami sono eseguiti ad arte, ma, alla fine, non toccano, non commuovono. Il fatturato, però, rimarrà saldo. Da Lanvin, Lucas Ossendrijver conferma che lo chic, quello vero, è francese: estenuato e un po' femmineo.
Richiede un crisantemo sul bavero della giacca doppiopetto ma un po' corta, e poi camicie fanè indossate con larghe cravatte di seta; pantaloni a due pince che s'arrestano giusto sopra la caviglia, e stringate di vernice con la suola di gomma. Su tutto, una patina di vissuto, ma l'effetto è meno ciancicato del solito.

Il guardaroba visto sulla passerella di Hermès, invece, è perfettamente stirato; sottotono e dinamico, con una dominante blu. L'uomo ridotto a prisma, il corpo sezionato in una miriade di facce, come un manufatto primitivo o una scultura cubista: la collezione di Raf Simons è un inno radicale alla geometria. Tagli multipli percorrono le giacche dai colli alti, plasmandole sul corpo; le maglie, fatte di bende, mummificano il torso; i pantaloni, a sigaretta, s'attorcigliano in impreviste torsioni attorno alle gambe. Nel cortocircuito tra natura e cultura, futuro e tradizione, Raf Simons riafferma il proprio status indiscutibile di trendsetter.
Il bello di Parigi è la varietà. Dove Simons è un futurista, John Galliano ama il costume, che mescola e reinventa fino a creare il nuovo. Questa stagione, Enrico VIII e l'Inghilterra Tudor sono solo il pretesto per un esercizio su proporzioni avvolgenti e giochi di materie in contrappunto. Dettagli cargo e finezze da marsina convivono in pezzi ricchi di dettagli: con tanto dispendio di energie, altri farebbero non un capo, ma una intera collezione. Creatori che idee ne hanno da vendere sono anche i sempreverdi giapponesi: Yohji Yamamoto, che al nero preferisce ora il blu e il tartan, ma che alle linee decostruite non rinuncia mai, e Junya Watanabe, alle prese con uniformi da scolaretto inglese rilette striminzendo e accorciando tutto, mettendo la maglia sul dorso della giacca e la pelle sulle maniche del montgomery.
La vena brit è forte anche da Paul Smith e J.P. Gaultier, ma più letterale. Altrimenti, è voglia di fuga, in ogni senso. Nell'esotismo zingaro per Ungaro, on the road per Vuitton, con tanto di casco da moto e sartoria scattante in pendant. L'uomo nuovo non è uno, ma tanti. È inafferrabile.

(dal Sole 24 Ore del 22 gennaio 2008)

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