|
Il nero ha regnato e continua a regnare, dispotico, nel guardaroba un po' di tutte. Il vestitino svelto e chic, il little black dress reso indimenticabile da Audrey Hepburn in "Colazione da Tiffany", è, appunto, nero. Ma lo è anche il tailleur passepartout, meglio se pantalone. L'istrionica Diana Vreeland, eccentrica badessa del Vogue anni 60, vestiva quasi sempre di nero, labbra scarlatte e gioielli drammatici a sottolineare la mancanza d'ogni altro colore. E il popolo della moda, convinto dai giapponesi agli inizi degli anni 80, ha fatto del nero un vero culto, tant'è che a volte i parterre delle sfilate paiono assembramenti di gente vestita a lutto. Ma perché tanto successo? Beh, il nero è rassicurante, confortante; toglie d'impiccio, sveltisce l'azione. Va bene da mane a sera, e ha un impatto teatrale. Soprattutto è grafico, incisivo, e, così vuole la vulgata, snellisce. Ma c'è un ma. L'eleganza è un atteggiamento, non un vestito, o un colore, e le scelte omologanti, se subite e non agite, rischiano alla lunga di schiacciare. Vestirsi solo di nero è un po' come calarsi in una uniforme, rinunciando a quel tanto di spasso e di sorpresa che rende l'esercizio del vestire quotidiano divertente, e personale. È una decisione troppo facile, rinunciataria. Perché il nero è bello, certo, ma il colore lo è di più, e giocare col colore ancora di più.
Sulle passerelle, a dirla tutta, di colore se ne vede tanto, ma poi nella vita reale ne arriva poco. Almeno fino ad ora, perché le avvisaglie di qualcosa di nuovo, qualcosa di travolgente, emergono già. Persino Grace Coddington, creative director di Vogue America, in nero da venticinque anni, ha sfoderato una robina verde smeraldo alle ultime sfilate parigine: uno shock tale che Suzy Menkes ci ha aperto un pezzo sull'International Herald Tribune, lei che non scomoda la penna per inutili quisquilie. Che sia davvero venuto il momento delle tinte sature, primarie e per nulla rassicuranti? Pare proprio di sì. Il movimento è in atto già dall'inverno, istigato da John Galliano, che per Dior ha creato una collezione genere Adrian in technicolor, originando nelle boutique e per strada una inondazione di viola e di fucsia. Ma è nelle collezioni estive che il colore deborda davvero, catalizzato della promessa della bella stagione. Da Jil Sander è puro, vibrante, a sottolineare la silhouette segmentata come un quadro di Rothko, coi giacchini corti sui top lunghi e i pantaloni a sigaretta, a enfatizzare la geometria lieve delle tuniche semplici come rettangoli: azzurro, fucsia, arancio. Da Marni il bluette, il verde e il rosa prendono una nota futur-folk grazie ai decori tribali di plastica fusa su quelle forme solo apparentemente goffe e casuali, mentre i djellaba gialli, smeraldo e corallo di Lanvin suggeriscono scenari da tè nel deserto, coté Rive Gauche. Da Louis Vuitton è un'esplosione di tinte cartoon e assurdità comic strip, e da Prada, Balenciaga, Cavalli e Dries Van Noten sono stampe floreali a più non posso per disegnare uno sgargiante giardino delle delizie nel quale sarà impossibile non entrare a trastullarsi. Per le insicure il nero, naturalmente, non manca. Il nero è morto, lunga vita al nero. Evviva il colore!
|