GIOIELLI

Bodino: «Così creo alla Richemont»

Da bambino si immaginava già creativo e sognava di lavorare da Tiffany

di Paola Bottelli

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Da bambino si immaginava già creativo e sognava di lavorare da Tiffany, sedotto - come la mamma - da Audrey Hepburn davanti alle vetrine del goielliere newyorchese. Ma, appena terminato il liceo artistico, è entrato in contatto con la Ital Design di Giorgetto Giugiaro. «Gli sarò riconoscente per sempre: ha visto i miei disegni, gli è scattato il click e mi ha assunto il giorno dopo», ricorda ora Giampiero Bodino (nella foto). Che da cinque anni e mezzo è il direttore creativo del gruppo Richemont, colosso del lusso numero 2 al mondo dietro la Lvmh. I marchi in portafoglio? Cartier, innanzitutto, e poi Van Cleef & Arpels, Piaget, Jaeger le-Coultre, Officine Panerai, Iwc. Non basta? Ci sono anche Vacheron Constantin, Baume & Mercier, A. Lange & Söhne. E Montblanc, Montegrappa, Dunhill, Lancel, Chloé e Purdey.
Una girandola da provocare il mal di testa, con 4,8 miliardi di euro di ricavi nell'anno fiscale 2007 e una pioggia di dividendi elargiti agli azionisti nell'ultimo quinquennio. Ma a Bodino, torinese, classe 1960, i numeri interessano poco. Camicia a quadrettini bianchi e grigi aperta sopra una Fred Perry color tortora, pantaloni di tela kaki e sneakers, un anellozzo, ovviamente disegnato da lui, che rappresenta «un drago che acchiappa un diamante - precisa - di ispirazione trasversale gotico-Decò con un pizzico di Oriente», Bodino è un giovialone che poco ha mantenuto i tratti caratteriali riservati del piemontese.
«Sarà perché trascorro gran parte del tempo a Gradara, nelle Marche: conosce Gradara? È un posto incredibile e la mia casa è su un cucuzzolo davanti al mare e al castello. Lì è facile ispirarsi. Anche perché il lavoro è tanto: contemporaneramente alla nomina a direttore creativo del gruppo sono diventato membro del Comitato strategico prodotto e comunicazione della Richemont, nel quale siedono il chairman Johann Rupert, Franco Cologni e Alain Dominique Perrin. I brand hanno autonomia, ma io ho una sorta di overview su tutto. Ed è davvero interessante lavorare sia sulla strategia sia sulla creatività: ho sempre ritenuto frustrante per un designer occuparsi soltanto del design, appunto. Una simile specializzazione è la morte della creatività».
Nel suo studio milanese, tra una poltrona Frau anni Trenta «smangiucchiata dal gatto dei vicini» e centinaia di libri d'arte, Bodino esibisce i suoi Moleskine, quadernetti zeppi «dei miei scarabocchi fatti a biro, e alcune volte dipinti, sempre tridimensionali, per tutti i brand del gruppo. E comunque ho un'idea iconica del gioiello: mi piace quello che è davvero unico, più lo è e più mi piace. E più mi stimola a creare».
Uno degli ultimi esempi è il clamoroso orologio-gioiello per Jaeger leCoultre, in doppia versione "la rose" (nella foto in alto a destra) e "la tulipe": dodici mesi di lavoro necessari per incastonare con la tecnica della cera persa 3.100 zaffiri di quattro colori per un totale di 75 carati. «È stata un'esperienza eccitante - dice ancora Bodino - perché avevamo a disposizione un budget sconfinato: abbiamo osservato la natura, cioè le pietre, e abbiamo dato libero sfogo alle capacità tecniche. Una vera fortuna».
Se gli si domanda qual è il marchio che più lo appassiona, Bodino non risponde, ovviamente: «Per tutti c'è una peculiarità che mi attrae: con Montblanc abbiamo fatto un gran lavoro, perché siamo partiti da un monoprodotto, la celebre penna nera. Con Cartier il progetto La Dona rivela un'industrializzazione interessante, così come la modernizzazione della Pantera (nella foto in alto a sinistra). La collezione Alhambra di Van Cleef conserva uno stile integerrimo nonostante il notevole abbassamento di prezzo che apre le porte a fasce di consumatori meno élitarie. E comunque bisogna mettersi in testa che le marche non vivono di luce propria ma devono essere intrise di creatività: se non rinnoviamo, meglio chiudere».

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