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L'oceano berbero
di Essaouira

Riad e gallerie d'arte nella città "ben disegnata" come una fortezza francese

di Chiara Beghelli

Rating:
3.7
Rating 3.7

Tags: Essaouira, Orson Welles, Marocco


Una ricca città dove da Timbuctù arrivavano carovane di centinaia di cammelli carichi d'avorio, piume di struzzo e oro: questa era l'Essaouira di Eugene Aubin, che la descrisse nel suo "Voyage en Maroc" del 1902. Un porto importante sin dall'epoca dei fenici, che passò come una dote ai romani e poi ai portoghesi, finché il sultano Sidi Mohamed Ben Abdellah nel 1765 chiamò l'architetto francese Théodore Cornut per trasformalo in una fortezza, simile a quelle che il re Sole aveva disseminato ai confini della Francia.
L'Oceano Atlantico porta a Essaouira gli Alisei che la rendono un paradiso per il kite surf, mentre erode lentamente le possenti mura della Sqala: passeggiandoci sopra, fra vecchi cannoni spagnoli e il ricordo dell'Otello che Orson Welles girò proprio lì nel 1952, si racchiude con lo sguardo l'ordinato labirinto di vicoli con le case bianche dagli infissi azzurri, fra i quali si disperde il suono delle qraqeb, nacchere metalliche con cui si suona la musica locale, la Gnaoua.

Essaouira, "la ben disegnata", non è ancora una tappa d'obbligo del Marocco, ma febbraio è un ottimo mese per evitare le crescenti carovane di turisti: non c'è fila al museo intitolato al sultano Ben Abdellah, con la ricca collezione di artigianato berbero, né troppa gente al porto per chiedere ai pescatori di grigliare il pesce appena catturato (pasto ottimo ed economico). L'inverno abbassa anche i prezzi dei migliori riad, come il Madada Mogador, gestito da una coppia di parigini, con sette stanze d'ispirazione zen e un vecchio magazzino per mandorle dove seguire lezioni di cucina marocchina, mentre nel Riad Chbanate, residenza del Settecento di un reggente della città, la suite più bella è la Mauresque, con la sua grande vasca di marmo. E se per pranzo può bastare un po' di cuscus seduti fra le vetrate gialle, verdi e blu di Al Baraka, nella Mellah, l'antico e importante quartiere ebraico, per la cena consigliamo l'intimità a lume di candela di D'Orient et d'Ailleurs, dove chiudere la serata con l'ottimo dessert della casa a base di prugne e Armagnac. Prima di partire non dimenticate una scorta di olio di argan al mercato delle spezie e di passare per Avenue Oqba Ibn Nafiaa: dietro un portone ovviamente azzurro si trova la galleria di Frederic Damgaard, danese sbarcato in città quarant'anni fa come molti altri hippy, con le opere di giovani artisti della città come i bravi Saïd-Ouarzaz e Regraui Bouslai.

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