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Torna a Shanghai il Peace Hotel, l'albergo dove si scrisse la storia della Cina

Vi passarono Mao e le prime banche occidentali, e Chiang Kai-shek si fidanzò nella sua hall

di Chiara Beghelli

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Tags: Shanghai, hotel, Cina, René Lalique, Fairmont, Swatch, Blancpain, Omega



Come tutti gli abili imprenditori Victor Sassoon aveva fiutato che l'aria a Shanghai stava cambiando. Così, nel 1946, tre anni prima della rivoluzione di Mao, il vecchio ebreo sefardita di origini irachene, membro di una famiglia che aveva fatto fortuna commerciando oppio e armi fra la Cina e l'India, vendette il suo gioiello, quel Cathay hotel che aveva fatto costruire vent'anni prima per gli uomini d'affari e le personalità in visita in città. Un edificio imponente e superbo, alto 77 metri, che si stagliava con il suo stile gotico, lineare, capitalistico, fra il brulicare di barche, biciclette e mercanti di varia specie del vecchio centro di Shanghai e che era diventato in pochi anni il simbolo della città, casa per scrittori, attori, politici.

Ma nel 1946 Sassoon aveva detto addio alla Cina ed era scappato alle Bahamas, con tutti i progetti e le carte del suo albergo e nel Cathay, sotto i lampadari di René Lalique, si era stabilito il governo comunista della città. Dieci anni dopo l'hotel era tornato alla sua funzione originaria, ma con il nome molto più distensivo di Peace Hotel. Tre anni fa, quando la catena canadese Fairmont acquistò quell'edificio ridotto in pessime condizioni per rilanciarlo nel lusso del secondo millennio, decise di raggiungere gli eredi di Sassoon per recuperare quelle carte. L'albergo doveva tornare a splendere nella Shanghai contemporanea, non come uno di quei tanti e grigi ibridi fra business e boutique hotel, ma ritrovando l'allure dei suoi mitici anni Trenta.

Pochi giorni fa il Fairmont Peace Hotel (controllato comunque al 50% dal gruppo Jin Jiang, che si occupa di hotellerie per conto del governo) ha riaperto i battenti, e dalle prime foto si percepisce che l'obiettivo è stato raggiunto. Per cercatre di essere ancor più fedeli al passato è stata addirittura lanciata una campagna: chi possiede cimeli come un asciugamano o un posacenere di cinquant'anni fa, magari rubati dal nonno, lo potrà riconsegnare al Peace Hotel, che lo esporrà in un apposito museo. In quelle teche bisognerebbe mettere anche tutte le foto che raccontano come il Peace abbia rappresentato uno dei luoghi simbolo della Cina del Novecento. Al piano terra aprirono le prime filiali cinesi delle banche europee e americane (Citibank vi è rimasta fino agli anni 80); nel 1956 il maresciallo britannico Bernand Montgomery vi incontrò Mao Mao Tze Tung e nel 1964, nella Nine Heaven Hall, il premier cinese Zhou Enlai accolse il collega francese Edgar Faure, in un meeting che precedette di pochi giorni l'apertura delle relazioni diplomatiche fra i due paesi. Al Peace Hotel, nel 1927, il futuro presidente Chiang Kai-shek si fidanzò con la futura moglie Soong Mei-ling nella Palace hall e pochi anni dopo, nella stanza 314, Lord Noel Coward vi terminò il suo "Vite private".

Anche se evocare il passato è una novità per la Cina di oggi, siamo sempre nella città dell'Expo che si diverte a rappresentare l'apoteosi della contemporaneità. Così, nell'ala sud dell'hotel, separata dall'edificio principale da una caoticissma viuzza, il fascino vintage cede di fronte al progetto di Swatch Group, che ha acquistato la struttura e ha speso 100 milioni di dollari per trasformarla nello "Swatch art peace hotel": un albergo-laboratorio che aprirà a giorni e che accoglierà giovani artisti, selezionati da una commissione ad hoc, che potranno usare alcune stanze come casa-atelier. In cambio, basterà che lascino una "traccia" del proprio passaggio all'hotel. Un esperimento nell'ospitalità che Swatch ha scelto di fare proprio nel paese dove, nel 2009, ha aumentato le vendite del 28% (e non solo degli orologini di plastica, ma anche di cronografi dei suoi marchi d'alta gamma come Blancpain e Omega). Insomma, come fece il vecchio Sassoon, l'importante a Shanghai è saper cogliere l'esprit du temps. Se poi si traduce in un bell'hotel, è anche più divertente.

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