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New York è la metropoli più viziata nel lusso: si compie e definisce in modo multiforme, cambiando con le stagioni e con gli umori. Ma quel che solletica di più la vanità dei Vip è andare a cena nel ristorante più nuovo, ma così nuovo che ancora non accetta prenotazioni nei modi consueti. Si accede, ovvero, solo per raccomandazione e per status (celebrities, socialites, tycoons) fino a quando, scomparsa l'aura del "nuovo", si apriranno le porte anche ai comuni ma pur sempre danarosi mortali. Mentre i precedenti avventori saranno già comodamente seduti ai tavoli di un ancora più nuovo "fine dining". L'ultimo debutto di rilievo è "Adour", l'attesa nuova creatura del genio della cucina francese Alain Ducasse, che - dopo la chiusura del celeberrimo, costosissimo e riservatissimo "Alain Ducasse" nella lobby dell'Essex House Hotel di Central Park South - aveva lasciato l'aristocrazia newyorkese quasi "senza-tetto" per un anno.
Questa volta però Monsieur Ducasse non ha voluto semplicemente clonarsi, riaprendo lo stesso fastoso ristorante altrove: archiviato il suo brand, ha creato "Adour", che potremmo quasi descrivere come una felice e più moderna evoluzione del leggendario Ducasse, la cui formula pomposa e formale sarebbe stata accolta con stanchezza in una New York ormai alla ricerca di ristoranti casual chic come "Waverly Inn" o di sofisticata (a volte snob) semplicità come "Bar Pitti", "Amaranth" o "Blt". "Adour" è all'interno del rinnovato St Regis Hotel, sulla 55.a Strada tra la 5th e la Madison Avenue: l'ingresso è però fuorviante perché ci si ritrova in una sala da pranzo un po' barocca e noiosa, dall'aria vagamente est-europea pre-muro, che delude immediatamente l'avventore. Chissà perché la porta è lì, visto che quello non è Adour, bensì il generico ristorante/cafè dell'hotel, aggirando il quale si arriva finalmente alla meta, quasi nascosta tra carrelli di bevande e pasticcini. Il look del locale – il cui design è firmato David Rockwell - è decisamente più giovane, con un wine bar interattivo dove imparare tutto sul vino prima ancora di ordinarlo e degustarlo. Lo staff è meno "snob" del ristorante precedente, ma cordiale, elegante e discreto. Il bar all'entrata è piccolo, affollato di giovani banchieri di Wall Street con le loro fidanzate filiformi. La sala è grande e l'architettura sontuosa e neoclassica originale del St Regis è impreziosita da grandi e raffinati pannelli di vetro inciso stile Lalique che regalano all'ambiente una trasparenza leggera e armoniosa.
Al primo impatto la differenza che si percepisce si nota tra il nuovo ristorante e quello precedente è che i camerieri sono più "simpatici" e non più obbligati a scandire il nome dello chef prima di presentare ogni piatto, come un rituale religioso. La sera in cui ero a cena ad "Adour", una settimana dopo l'apertura, con il mio socio Roberto Faraone Mennella, Stellene Volandes, editor di "Departures magazine", e la principessa saudita Deena Abdul Aziz, icona fashion e socialite intercontinentale, abbiamo intravisto la regina del gossip americano Cindy Adams con Ivana Trump e Tim Zagat, fondatore della prestigiosa guida gastronomica "Zagat". La principessa è arrivata con un ritardo clamoroso di un'ora, ma nessuno ce l'ha fatto pesare (in altri ristoranti ci sarebbe costato il tavolo). Anzi, con grazia, il simpatico ma discreto cameriere franco-algerino ci ha intrattenuto con snacks e Champagne. Il menu è più semplice da comprendere del vecchio ristorante, ma pur sempre sofisticato e delicato nei sapori. È un menu che lo chef, Tony Esnault, considera ispirato dai vini, ben rappresentati su tutto il perimetro della sala principale. Tra gli antipasti, tutti intorno ai 25 dollari, meritano lodi i ravioli di foie gras e tapioca (per 22 dollari extra si possono perfino avere ripieni di tartufo nero) e un delicatissimo veloutè di cavoli al formaggio Comté. Chi non è assolutamente colpito da incubi di recessione economica globale può comunque indugiare sul finissimo caviale "Golden Osetra" del Mar Caspio per "soli" 600 dollari. Un plauso va all'italianissimo chef pasticciere, Sandro Micheli, per opere d'arte culinaria come il sorbetto di cioccolato fondente con granita di caffè e crostini di brioche caramellata. E 14 dollari per un dessert così chic e delicato sono davvero un affare qui a Manhattan. Intorno a 150 dollari per persona il conto finale, rispetto ai 600 del precedente ristorante. Ma, a onor del vero, Deena è musulmana e sta alla larga dall'alcol. Così come me.
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