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intervistaBuckland: «La creatività salverà il pianeta»Con "Cape Farewell" il regista racconta l'impresa di proteggere la natura con l'ispirazione artistica di Roberta Rizzo |
Tags: David Buckland, Cape Farewell, Groenlandia, natura, Artico
Prima del 2001 David Buckland era un artista inglese come molti altri. Una di quelle menti poliedriche e originali in grado di far dialogare arte e multimedialità. Poi l'incontro con un ricercatore impegnato nello studio dei cambiamenti climatici lo introduce in una realtà drammatica, che non aveva mai considerato nella sua complessità: i cambiamenti climatici. Le questioni ambientali, fino ad allora, erano pile di dati scientifici destinate a prender polvere sul tavolo dei governanti. La gente considerava parole come "global warming" o "climate change" teorie catastrofiste che riguardavano un futuro – lontano – del nostro pianeta.
David ha un'intuizione pionieristica: la sensibilità artistica può fondersi con il lavoro degli scienziati e trasformarsi in azione di denuncia per arrivare direttamente al cuore della gente. Chiama a raccolta musicisti, artisti, fotografi, registi e parte per una spedizione nel circolo polare artico. Lì entrano in contatto con il lavoro degli esperti e re-interpretano, ognuno attraverso la propria personale sensibilità, i drammatici fenomeni di cui sono testimoni oculari. Nasce così una fondazione, Cape Farewell, e un progetto culturale e scientifico insieme a cui lavorano, oggi, artisti e scienziati di oltre 50 nazionalità diverse. Il risultato di quel lavoro ha dato vita a una mostra e a un documentario, "Art & Climate Change", ospitato in questi giorni al Festival Internazionale del Cinema di Roma.
Signor Buckland, perché questo nome, "Cape Farewell"?
Cape Farewell è un luogo che esiste realmente, (si trova in Groenlandia) e rappresenta il punto d'incontro tra due mari. Arrivati a Cape Farewell ci si trova davanti a un bivio: si è costretti a scegliere se andare a destra o a sinistra. Proprio come noi oggi. Dobbiamo decidere se combattere per l'ambiente o avere un atteggiamento irresponsabile, consapevoli che quella è una scelta da cui non è possibile, poi, tornare indietro. I fenomeni del cambiamento climatico sono una realtà, causati da tutti noi. E rappresentano un problema culturale, oltre che sociale ed economico che oltrepassa i confini del dibattito scientifico.
Perché avete scelto l'Artico per la prima spedizione?
Perché l'Artico è la "frontline": la prima linea dei cambiamenti climatici. È la cartina di tornasole della salute del nostro pianeta. Ed è quanto di più naturale dovrebbe esserci sulla terra. Perché un luogo inospitale, dove non la mano dell'uomo non può nulla.
Qual è stata l'esperienza più significativa contatto con la natura?
Durante l'ultima spedizione, lo scorso marzo, lungo la costa occidentale della Groenlandia, io e un altro videoartista, David Lann, ci siamo trovati nel bel mezzo di una tempesta con temperature inferiori a 35°C. Dormivamo su banchise polari in compagnia di guide e cani eschimesi. Eravamo inermi davanti alla forza della natura. Uno spettacolo mozzafiato. È drammatico invece essere testimoni oculari, spedizione dopo spedizione, anno dopo anno, dello scioglimento dei ghiacciai, della trasformazione della natura e delle specie. (Il fenomeno sempre più frequente di orsi polari ermafroditi, rappresentato nell'opera di Gary Hume in mostra all'Auditorium, ndr). L'Artico è un posto straordinario. È un posto da cui trarre ispirazione. È un posto che stimola ad affrontare ciò che stiamo per perdere.
Forse la domanda giusta è quella che ripete ossessivamente Lenn Sissay (video-artista londinese di Cape Farewell nella sua opera "What if we got it wrong"): e se ci fossimo sbagliati a ritenere che la bellezza dell'essere umano consiste nel progresso scientifico e nell'innovazione tecnologica? In che modo l'arte può aiutare la scienza?
La sfida è nel linguaggio. L'arte è auto-riflessione del presente. Aiuta a costruire nuove forme di elaborazione del pensiero. Smuove le coscienze. Penso alla Guernica di Picasso. Denunciava il dramma che il mondo era costretto a vivere allora: la seconda guerra mondiale. La guerra del XXI secolo sarà a causa dei cambiamenti climatici. Ma non sono previsti nè vincitori nè sconfitti: perché è una sfida per la sopravvivenza. Dopo la scienza, ogni forma di conoscenza sta iniziando a fare i conti con questo. L'arte non può non affrontare questo tema epocale. L'obiettivo di Cape Farewell è proprio quello di sfruttare la creatività per comunicare su larga scala l'urgenza della sfida contro i cambiamenti climatici. Un'immagine, una scultura o un evento possono gridare più forte di pile di dati scientifici, coinvolgendo l'immaginario del pubblico in maniera più immediata.
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