Charity

La nuova filantropia ha gli occhi a mandorla

Fra Confucio, ricordi di povertà e obblighi sociali, in Cina la beneficenza è sempre più diffusa fra i super ricchi

di Chiara Beghelli

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Tags: Cina, charity, Hong Kong, Pechino, ecologia, Bill Clinton, Stati Uniti


«Non sono mica come Alfred Nobel. Io capisco bene le sofferenze della gente». Parola del più grande benefattore di Cina, Yu Pengnian, 86 anni, a capo di un impero immobiliare e con 420 milioni di dollari investiti in charity anche primo dei 100 protagonisti della Philantrophy List di Hurun Report, il magazine preferito dai super ricchi cinesi. Yu, in effetti, ha sofferto di cataratta, malattia che in Cina è una piaga sociale, e negli ultimi 5 anni ha versato più di 3 miliardi di dollari alla sua fondazione che fornisce cure oculistiche ai poveri.
La beneficenza è un trend in veloce ascesa sotto la Grande Muraglia: oggi costituisce l'1% del Pil, e in un paese dove lo stipendio medio raggiunge a stento i 200 dollari assume un peso non indifferente. Anche perché i circa 100 miliardari di Cina interpretano l'ultima versione di un antico tratto della cultura, la cura del proprio "Guangxi", misto di relazioni e attività che conferisce prestigio.
A confermarlo è Rupert Hoogerwerf, inventore della classifica nel 2005, commercialista britannico ed ex collaboratore di Forbes, che dice «con l'aumento degli sgravi fiscali, oggi al 10% per le aziende e al 2% per i privati, le donazioni in beneficenza saranno sempre di più». Ma oltre a obblighi sociali e sconti sulle tasse, dietro il boom della charity in Cina c'è anche la filosofia, visto che fu lo stesso Confucio a incoraggiare la solidarietà. Yu Pengnian, infatti, oltre a Nobel cita il filosofo quando dice «per me i soldi sono qualcosa di esteriore», e gli fa eco Huang Rulun, 56 anni, presidente della catena di hotel Jinyuan e terzo esponente della lista con "soli" 120 milioni di dollari («Mi ha molto influenzato Confucio, che dice che la gente di successo deve donare agli altri»).
Ma c'è del vero in quella citazione di Nobel: a unire i filantropi cinesi, infatti, sono origini povere, spesso vissute in zone prima depresse e ora superindustrializzate come il delta dello Yangtze e quello del Fiume delle Perle: da giovane Yu era emigrato a Hong Kong, lavorava 10 ore e poi dormiva sul pavimento, mentre Huang aveva dovuto rifugiarsi nelle Filippine, dove fu impressionato dalle pessime condizioni di vita dei bambini.
Sarà anche per questo che la maggior parte delle donazioni è destinata, nell'ordine, a educazione, welfare, cure mediche e sostegno alla povertà, come se i ricchi filantropi formassero una sorta di governo parallelo a quello di Pechino. Quello ufficiale, da parte sua, si sente forse sollevato nella cura del welfare e promuove la solidarietà privata, visto che sta studiando l'aumento di sgravi fiscali e nuovi canali per la beneficenza. Anche se per ora Pechino consente di fare donazioni solo a una ventina di charity riconosciute e tutte rigorosamente nazionali.
E l'ambiente? Nelle priorità della charity made in China pare sia in fondo alla lista. Ma c'è chi, come la Ubs, è pronto a scommettere che nei prossimi anni, quando la povertà sarà diminuita, l'ecologia avrà sempre più importanza. Intanto, Bill Clinton ha comunicato che il suo prossimo summit mondiale dedicato ai problemi della Terra, la Bill Clinton Global Initiative, si terrà proprio a Hong Kong. Sarà la prima volta fuori dagli Stati Uniti. E c'è da scommettere che la generosità dei ricchi cinesi vi troverà nuove ispirazioni.

(nella foto: l'ideogramma cinese che significa "compassione")

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COMMENTI

inviato da: Luigi Caranti
28/08/2008 - h 11,42

Bellissimo articolo, informativo e spumeggiante su un tema del tutto originale. grazie

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