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E' stato presidente della maison Valentino e l'ha traghettata, insieme alla sua squadra che non dimentica mai di citare, verso un nuovo futuro. Da oggi Matteo Marzotto, classe 1967, è sul mercato, dopo essersi dimesso d'accordo con i nuovi azionisti della Permira. E si guarda intorno per investire un cospicuo gruzzolo, probabilmente sempre nel mondo del lusso. Scapolo ambitissimo, spesso affiancato da donne bellissime, conserva una grande discrezione. E da dieci anni è impegnato nel sociale. Non beneficenza di facciata, ma un percorso difficile, che nasce da una dolorosa esperienza personale: è infatti vicepresidente della Ffc (Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica), carica che esercita con impegno costante e decisione. Tratti distintivi anche del suo lavoro e della sua persona.
Signor Marzotto, come nasce il suo impegno contro la fibrosi cistica?
È la storia di una sorella di nove anni più grande che per me è stata quasi una mamma. E che ho perso per via della fibrosi cistica. Sono cresciuto con lei e con questa sua malattia e, quando è mancata, ho capito le vere dimensioni di questo dramma. Da lì ho scoperto che mio padre per 30 anni era stato attivo nell lotta contro questo flagello.
Ora anche per lei è diventato un impegno costante e instancabile…
Piano piano è cambiata la mia vita, mi sono esposto di più e ho deciso di sfruttare la mia presenza nel fashion e la mia visibilità pubblica per parlare della fibrosi cistica. La utilizzo in una sorta di scambio, a partire dalle interviste. Qualsiasi cosa io faccia, se si parla di me e del mio lavoro, si parla anche della fibrosi. E in un paese come l'Italia mi sembra importante che ciò accada. È uno scenario diverso, maturo, un associazionismo impegnato e motivante. Abbiamo finanziato quasi 100 progetti, cioè 10-12 all'anno, e costruito un network di 300 ricercatori.
Qual è il "bilancio" di questa malattia?
È una malattia senza fine, con un'aspettativa di vita tra i 35 e i 40 anni, sebbene ora le ricerche la stiano aumentando, anche se gli ultimi periodi rimangono dura sopravvivenza. In Italia si contano tre milioni di portatori sani e un bambino su 2.500 nasce affetto da fibrosi cistica. Ecco perché questa, per me, è una storia d'amore. Per mia sorella e per i malati.
Lotta per la vita, lavora nel lusso, ma poi ama il rischio. Contraddittorio?
Corro in moto, faccio gare in bicicletta e di gran fondo sulla neve, volo in elicottero e non solo. Ma non vedo nulla di pericoloso in questo, sono solo uno che si considera attivo. La moto, per esempio, è un amore antico. Ho fatto quattro Parigi-Dakar. Credo sia un puro piacere di unire tecnica, estetica e divertimento.
Crede di essere una mosca bianca in un ambiente come il suo che punta molto sull'apparenza?
No, bisogna saper scindere, è un lavoro come gli altri e la moda è molto sensibile alla beneficenza. La superficialità può stare nei singoli, non nel settore.
Etica ed estetica per lei sono inscindibili?
Servono entrambe, e sono necessarie l'una all'altra. Una questione di sensibilità. Sono convinto che si debba dare l'esempio quando si ricoprono queste posizioni.
Cos'è per lei il lusso?
Il lusso è qualità assoluta unita a una certa esclusività. Banalmente, credo si debba essere coerenti con quello che ci contorna.
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