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filantropiaPaul Newman: «Regalo un po' della mia fortuna»Sul «Sole-24Ore» la testimonianza dell'attore, dal 1982 in prima linea nella solidarietà. E che sabato ha inaugurato in Toscana la nuova sede della sua comunità per bambini malati
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Tags: filantropia, Stati Uniti, sostenibilità, azienda
Da "Professione filantropo" di Alessia Maccaferri («Il Sole-24Ore» del 4 ottobre 2007)
Prima che Bob Geldof organizzasse il Live Aid, prima che Brad Pitt e Angelina Jolie venissero fotografati tra i poveri dell'Africa, prima che George Clooney girasse il documentario sul genocidio in Darfour. Prima che l'impegno sociale diventasse contagioso nello star-system, c'era lui a troneggiare tra i benefattori: Paul Newman, che nel 1982 scelse di investire tempo e denaro nella filantropia. Lui però ha preferito un profilo basso, ha fondato un'impresa alimentare, Newman's Own, dona il 100% degli utili, oltre 200 milioni di dollari a più di mille associazioni in 25 anni. Non solo. Ha costituito «The hole in the wall»: dagli Stati Uniti a Israele, dal Sudafrica al Costarica, dal 1987 campi estivi superattrezzati hanno ospitato gratuitamente 100mila bambini con patologie gravi.
Il campo toscano
Quando l'attore americano ha appoggiato un campo in Italia pochi credevano che potesse farcela: l'Italia – molti pensarono allora e lo pensano oggi – non è un Paese facile, il no profit è finanziato in gran parte dal settore pubblico, non ci sono sostanziosi sgravi fiscali per le donazioni private e la burocrazia scoraggia iniziative complesse. In effetti i rischi c'erano tutti: la filantropia americana si basa su modelli stringenti di sostenibilità economica, di fundraising e di efficienza organizzativa: una sconfitta equivale a una perdita di azioni in Borsa, niente dividendi di fiducia, niente futuro. Tre anni dopo Dynamo camp a San Marcello Pistoiese attivo dall'8 luglio scorso – sarà inaugurato ufficialmente sabato 6 ottobre – dimostra che con impegno e con una visione imprenditoriale si può fare filantropia anche in Italia: la scorsa estate sono stati ospitati gratuitamente 60 bambini dai 7 ai 16 anni, da 10 centri di oncoematologia. A regime saranno accolti 90 bambini d'estate e 900 durante tutto l'anno.
Nel centro, che sorge in un'oasi del Wwf di 20 ettari, i piccoli ospiti trascorrono una settimana di vacanza, con tutta la necessaria assistenza medica. L'impegno di Newman, 82 anni, è sempre stato diretto, come lo è per il partner italiano, Vincenzo Manes. L'imprenditore, 47 anni, ha ideato – con lo staff della sua Fondazione Dynamo guidata da Serena Porcari, ex dirigente Ibm – un project plan per un investimento di 13 milioni di euro. All'attore di Hollywood e a Manes si sono affiancati Gruppo Kme (che fa capo allo stesso Manes) e Telecom Progetto Italia, impegnata in diversi progetti nell'ambito della solidarietà, dello sport, della cultura e della formazione.
La raccolta fondi per 5 milioni di euro consente la copertura al 2009. Poi il piano di sostenibilità prevede oltre al fundraising, un fatturato diretto - affittando il camp per attività di team building aziendale - e convenzioni pubbliche. Per ora hanno partecipato 69 tra fondazioni (dalla Fondazione Magnoni alla Fondazione Umana Mente del Gruppo Allianz, da Lehman Brothers Foundation Europe e Ente Cassa di Risparmio di Firenze) e aziende (da Cpf costruzioni a Ca) che per il 70% hanno il quartier generale all'estero. Molte hanno fornito tecnologie, materiali e professionisti, come Bain & Company o Kpmg hanno messo a disposizione pro-bono le competenze.
«Il futuro è sempre più centrato su corporate philanthropy partnership, accordi con aziende che possono donare mezzi finanziari o servizi o prodotti – spiega Manes –. Siamo interessati a imprese che credano davvero ai progetti, che coinvolgano l'azienda tutta. La filantropia non deve essere uno strumento di marketing ma un pilastro per rafforzare il sistema dei valori». Le potenzialità, secondo Manes, sono molte: «L'ideale sarebbe un'azienda come quella di Newman in grado di donare tutti gli utili. Altro settore a cui guardiamo è il private banking: l'investimento sociale può entrare nei piani di asset allocation».
La Società italiana di filantropia
Come ricorda Newman nell'articolo che pubblichiamo, il camp toscano è il primo aperto nell'area del Mediterraneo. E funziona. Ma non è l'unica best practice. Diverse iniziative partite negli anni passati stanno facendo massa critica, muovendo capitali e competenze: «Entro fine anno daremo vita alla Società italiana di filantropia - spiega Luciano Balbo, 57 anni, ex azionista di B&S private equity -. L'obiettivo è diventare centro di riferimento per quei soggetti che guardano a un'innovazione della filantropia, verso un modello sempre più professionale, attivo. In un contesto italiano caratterizzato spesso da un approccio naïf, vogliamo promuovere la sperimentazione sui progetti, sull'imprenditorialità sociale, sul rapporto pubblico-privato, sulla formazione». Tra le prime attività del Sif il finanziamento - 150mila euro per dieci anni - di un centro studi sul Philanthropy management e di una cattedra Sif chair of social entrepreneurship, all'Università Bocconi.
Paul Newman: «Regalo un po' della mia fortuna»
Personalmente sono stato estremamente fortunato nella mia vita. Ad esempio, sono nato in un Paese e in una famiglia che mi hanno garantito opportunità e sostegno, è capitato che avessi "l'aspetto giusto" per fare cinema quando è cominciata la mia carriera cinematografica, ho fondato un'azienda alimentare seguendo un capriccio e, nonostante tutti i miei sforzi per dimostrare che non sono un uomo d'affari, questa azienda è cresciuta fino a diventare un'impresa di grande successo.
Non voglio dire che la mia vita sia stata segnata solo dalla buona sorte. Ho avuto anch'io la mia dose di esiti insoddisfacenti, quello che faccio lo faccio con impegno e ci sono state moltissime persone che mi hanno aiutato a conseguire tutti i successi che ho raggiunto. Ma se fossi nato altrove, con un altro Dna, in diverse circostanze, avrei avuto il successo che ho avuto nei film e negli affari? Pensate a Bill Gates: se fosse nato in Papua Nuova Guinea avrebbe fondato la Microsoft e sarebbe diventato oggi l'uomo più ricco del mondo, o magari avrebbe progettato un modello più efficiente di canoa ricavata da un tronco d'albero?
Condividere la propria fortuna con altri è quello che è la filantropia per me. La mia motivazione non è né profonda né complessa. Per me, la filantropia è qualcosa di naturale, come alzarsi al mattino. È semplicemente la cosa giusta da fare. Cosa può esistere di più importante di tendere la mano a un'altra persona meno fortunata di te, o contribuire in altre maniere a migliorare questo mondo?
Ringrazio «Il Sole-24 Ore» che mi ha dato l'occasione di esprimere le mie opinioni riguardo alla filantropia e sono molto felice di farlo in celebrazione dell'impegno del Dynamo Camp in Toscana, che esprime concretamente le mie più importanti idee e aspirazioni in materia di filantropia.
Il Dynamo Camp è il primo dei campi estivi di «Hole in the Wall» aperto in Italia, anzi è il primo nell'intera area del Mediterraneo ed è rivolto a bambini affetti da malattie potenzialmente mortali. Il Dynamo Camp si aggiunge ad altri nove campi estivi della «Hole in the Wall» sparsi in tutto il mondo, che complessivamente hanno ospitato, nel 2007, 16mila bambini.
Alla base del Dynamo Camp c'è quello che per me è il senso della filantropia. Questa struttura è costruita e sostenuta tramite donazioni, e dipende dall'apporto di moltissimi volontari ogni anno, che contribuiscono a mettere in pratica i suoi programmi. Le donazioni e il volontariato sono aspetti che tutti riconoscono immediatamente come parte integrante della filantropia, ma il Dynamo Camp rappresenta anche la cosa che più si avvicina a una mia filosofia della filantropia: il ruolo che gioca la "fortuna" nella vita di tutti. Fortuna, fortuna media o pura e semplice sfortuna. L'aiuto che la fortuna può concedere alla vita di certe persone, o la brutalità che la sfortuna può portare nella vita di altre.
Come altro si può definire la sorte di un bambino a cui viene diagnosticato il cancro, l'Aids, la talassemia o qualsiasi altra malattia potenzialmente mortale? Non è altro che sfortuna, una terribile sfortuna. Malattie come queste non si limitano a provocare dolore e incertezza, ma, nel caso di un bambino, possono terrorizzarlo e isolarlo in un modo che per noi adulti può essere inimmaginabile, privare il bambino della possibilità stessa di vivere l'infanzia. Ci sono molte cose che si possono dire del Dynamo Camp, ma il suo obiettivo primario è regalare un po' di fortuna a questi bambini.
Come disse una volta Abramo Lincoln, «nessuno è così alto come quando si china per aiutare un bambino». Avrebbe potuto facilmente aggiungere che quello che ti dà in cambio un bambino è molto di più di quello che gli hai dato tu per aiutarlo.
Le mie considerazioni sulla buona sorte non sarebbero complete senza spendere qualche parola per dire quanto mi senta fortunato ad avere un campo della «Hole in the Wall» in Italia. Mia moglie Joanne e io ricordiamo con tenerezza i nostri viaggi in Italia durante le nostre rispettive carriere cinematografiche. Nel maggio 2006, sono ritornato nel vostro Paese dopo molti anni, e ancora una volta sono rimasto impressionato dal calore e dall'esuberanza dell'Italia, e dal suo affetto verso i bambini. Non posso pensare a luogo migliore per un campo estivo destinato ai bambini, e non vedo l'ora di tornare qui.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
www.newmansown.com
L'azienda di Paul Newman che dona il 100% degli utili
www.fondazionedynamo.org
Il progetto italiano sostenuto da Paul Newman
www.oltreventure.com
La società italiana di venture capital sociale guidata da Luciano Balbo
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