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INTERVISTAGalimberti: «Il mio Mediterraneo per immagini»In mostra fino al 4 settembre 2011 alla Certosa di San Giacomo a Capri con anche le foto d'epoca anche di Herbert List di Irene Alison |
Tags: Capri, Maurizio Galimberti, Herbert List, Galimberti, Isola Azzurra
Un'isola d'inverno. Diversi rulli di una pellicola "instabile". E un fotografo che suona la musica con la Polaroid.
L'incontro tra Capri e Maurizio Galimberti è partito da qui. Da una traccia da seguire: quella delle immagini scattate tra gli anni '30 e '50 da Herbert List. Da uno smarrimento creativo: perché, dice Galimberti, "per liberarmi dai preconcetti ho seguito solo il freddo e il profumo del mare".
L'approdo finale è Mediterraneo, Un'Antologia per Immagini, una mostra - curata da Denis Curti e esposta fino al 4 settembre 2011 alla Certosa di San Giacomo a Capri - che è un intreccio serratissimo di rimandi e evocazioni tra gli sguardi dei due fotografi. Nella sospensione delle stanze bianche vertiginosamente affacciate sul mare dell'Isola Azzurra, le immagini raccontano un contemporaneo senza tempo, in cui l'eternità degli elementi del paesaggio è resa viva e mobile da un linguaggio fotografico che passa dal classicismo di List ai mosaici di Polaroid di Galimberti, fino ai ready made con cui l'artista comasco ha annodato ancora più stretti i fili di passato e presente.
Come è stata la sua relazione creativa con Capri e con le foto di List?
List è un mito della fotografia: per questo quando Denis Curti mi ha proposto il progetto ero spaventato, mi sembrava un confronto troppo rischioso. Ho cercato di partire dal mio amore per Capri, per l'isola silenziosa e deserta che ritrovo d'inverno. Sono arrivato in dicembre con delle nuove pellicole per Polaroid in bianco e nero ancora in fase di sperimentazione. Dai problemi di stabilità e di contrasto di queste pellicole è venuto fuori un bianco e nero seppiato, che fa sembrare le foto quasi dei dagherrotipi, perfettamente corrispondenti all'idea di immagini senza tempo che stavo inseguendo. In una seconda fase sono ritornato a Capri e ho realizzato i mosaici, cercando immagini fisiche, istintive, affrontando il paesaggio come un musicista che suona uno spartito. Nella terza fase ho realizzato i ready made, per me una testimonianza di come la fotografia possa ricreare e riscrivere tutto: ho preso le storiche immagini del glamour caprese, le foto di Jacqueline Kennedy, Sofia Loren, Audrey Hepburn e delle altre dive in vacanza, le ho fatte ristampare, le ho rifotografate in Polaroid e poi ci ho applicato sopra un francobollo dell'epoca, quasi come se si trattasse di una cartolina che ho spedito a me stesso dal passato.
Ai suoi celebri mosaici ha quindi affiancato, in questa mostra, altre forme di espressione fotografica. Perché questa scelta?
Avevo bisogno di cominciare una nuova ricerca tempo-spazio, senza paura di sperimentare materiali nuovi, di scoprire le potenzialità espressive dell'errore. Il mio lavoro, incentrato sull'idea quasi ossessiva della ripetizione, riesce a rinnovarsi grazie a delle alterazioni, dei cambi di rotta, e solo se mi mantengo in ascolto dei miei umori e delle mie inclinazioni.
Lei è uno dei fotografi d'arte italiani più quotati nel mondo. Come si relaziona al mercato e come sta cambiando il collezionismo italiano?
La fotografia è definitivamente entrata nel mirino dei collezionisti anche in Italia, e io credo di aver dato il mio contributo a questa evoluzione perché i miei mosaici si basano sull'idea dell'unicità dell'opera, fondamentale per il collezionista, esattamente come accade nella pittura o nella scultura. Anche quando lavoro con scatti singoli, sono molto rigoroso sulla catalogazione e sulla numerazione delle mie opere, e preferisco realizzare delle tirature uniche. Oggi è diventato molto più immediato esprimersi utilizzando una macchina fotografica e un computer che con un pennello e una tela, ma un artista deve essere rigoroso nel rapporto con i collezionisti, altrimenti si rischia di danneggiare il mercato.
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